Riflessioni sull’evoluzione del concetto e pratica del capitalismo.
Autore: Prof. Enea Franza
Nel corso della storia economica moderna il capitalismo è stato concettualizzato principalmente come un sistema fondato sulla produzione di beni e servizi destinati allo scambio di mercato, regolato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e orientato all’accumulazione del capitale attraverso l’aumento della produttività del lavoro. Adam Smith, nella Ricchezza delle Nazioni (1776), individua nella divisione del lavoro la fonte primaria dell’incremento della produttività e del progresso economico, affermando che il mercato, lasciato relativamente libero, tende a coordinare gli interessi individuali tramite la celebre “mano invisibile”. David Ricardo approfondisce la teoria del valore-lavoro inserendola in un impianto analitico rigoroso, nel quale il profitto viene concepito come una quota residua del prodotto sociale, determinata dopo la remunerazione del lavoro e degli altri fattori produttivi. In tale prospettiva si delinea un rapporto strutturalmente conflittuale tra capitale e lavoro, poiché la dinamica dei salari incide direttamente sul livello dei profitti. Questa tensione anticipa temi che assumeranno un ruolo centrale nelle elaborazioni teoriche successive, in particolare nella riflessione sull’origine e sulla distribuzione del reddito.Karl Marx, nel Capitale (1867), opera una rottura teorica decisiva: il capitalismo non è semplicemente un sistema efficiente di allocazione delle risorse, ma un rapporto sociale storicamente determinato, fondato sull’appropriazione del plusvalore prodotto dal lavoro salariato. La distinzione tra lavoro necessario e lavoro eccedente consente a Marx di spiegare il profitto non come premio al rischio o all’innovazione, bensì come risultato strutturale dello sfruttamento, inserendo il capitalismo in una dinamica intrinsecamente conflittuale e tendenzialmente instabile. In questa cornice, lo Stato appare prevalentemente come strumento di tutela degli interessi della classe dominante, mentre le crisi sono interpretate come espressioni inevitabili delle contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico.
Nel Novecento, la grande crisi del 1929 incrina profondamente la fiducia nell’autoregolazione dei mercati e apre lo spazio alla rivoluzione keynesiana. John Maynard Keynes, nella Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), sostiene che il capitalismo può stabilizzarsi su equilibri di sottoccupazione e che la domanda aggregata, più che l’offerta, determina il livello dell’attività economica. L’intervento pubblico diventa così una componente strutturale del funzionamento del sistema e non un’eccezione, ridefinendo il ruolo dello Stato come attore economico diretto. Parallelamente, Karl Polanyi, ne La grande trasformazione (1944), critica l’idea del mercato autoregolato come “utopia liberale”, sottolineando come lavoro, terra e moneta siano “merci fittizie” la cui piena mercificazione produce disintegrazione sociale e reazioni politiche di protezione.
Joseph Schumpeter propone una lettura del capitalismo profondamente diversa rispetto a quella dell’economia neoclassica tradizionale, spostando l’attenzione dall’equilibrio alla dinamica del cambiamento. Al centro della sua analisi non vi sono il mercato in condizioni statiche né la concorrenza perfetta, bensì il processo evolutivo attraverso cui il capitalismo si trasforma nel tempo. Secondo Schumpeter, il vero motore dello sviluppo economico è l’innovazione, introdotta dall’imprenditore. Quest’ultimo non è semplicemente un proprietario di capitale o un manager, ma una figura capace di rompere le routine esistenti e di combinare in modo nuovo i fattori produttivi. L’innovazione può assumere diverse forme: l’introduzione di nuovi beni o di nuove qualità di beni, l’adozione di nuovi metodi di produzione, l’apertura di nuovi mercati, la conquista di nuove fonti di approvvigionamento o la riorganizzazione di un settore industriale. Questo processo genera ciò che Schumpeter definisce “distruzione creatrice”: ogni innovazione di successo distrugge strutture economiche precedenti, rendendo obsolete tecnologie, imprese e competenze, ma allo stesso tempo crea nuove opportunità di crescita, nuovi settori e nuove fonti di profitto. Il capitalismo, dunque, non si sviluppa in modo lineare e armonico, ma attraverso ondate di innovazione che producono fasi di espansione e di crisi. I profitti che derivano dall’innovazione hanno natura temporanea e sono assimilabili a rendite di tipo quasi monopolistico. L’imprenditore innovatore gode inizialmente di una posizione di vantaggio rispetto ai concorrenti, poiché è il primo a introdurre una nuova combinazione produttiva. Tuttavia, questi profitti tendono a scomparire nel tempo a causa dell’imitazione e della diffusione dell’innovazione, che ristabiliscono la concorrenza e spingono il sistema verso una nuova fase di trasformazione. In Capitalismo, socialismo e democrazia (1942), Schumpeter sottolinea come la forza rivoluzionaria del capitalismo risieda proprio in questo meccanismo di rinnovamento continuo, che ne costituisce al tempo stesso la grandezza e la fragilità. Se da un lato la distruzione creatrice garantisce progresso economico e aumento della produttività, dall’altro genera instabilità sociale, concentrazione del potere economico e tensioni che possono minare il consenso politico nei confronti del sistema capitalistico stesso.
In questa visione, il valore non è statico né legato esclusivamente al lavoro, ma emerge dalla capacità di introdurre nuove combinazioni produttive. Nella fase più recente, segnata dalla globalizzazione finanziaria e dalla rivoluzione digitale, questo legame tra valore, produzione e lavoro si è ulteriormente indebolito. Autori come Giovanni Arrighi e David Harvey hanno descritto la finanziarizzazione come una fase in cui l’accumulazione avviene sempre più attraverso rendite, debito e valorizzazione degli asset piuttosto che tramite l’espansione della produzione materiale. Allo stesso tempo, l’economia delle piattaforme e dei dati, analizzata da studiosi come ShoshanaZuboff (The Age of SurveillanceCapitalism, 2019), mostra come il valore venga estratto dal controllo delle informazioni, dalla previsione dei comportamenti e da posizioni di monopolio, piuttosto che dalla produttività collettiva del lavoro nel senso classico. In questo contesto, il lavoro tende a frammentarsi, a diventare precario e spesso non riconosciuto, mentre lo Stato interviene massicciamente per sostenere mercati finanziari e infrastrutture digitali, mettendo in crisi la distinzione tradizionale tra sfera pubblica e privata. Il capitalismo contemporaneo appare dunque come un sistema che conserva le sue strutture fondamentali ma ne ha trasformato profondamente i meccanismi di creazione del valore, rendendo sempre più problematica la legittimazione economica e sociale del profitto e riaprendo, in forme nuove, il dibattito teorico sulle sue contraddizioni storiche e sul suo possibile superamento.
Nel dibattito pubblico e accademico più recente si è progressivamente affermata l’idea che alcune politiche economiche e istituzionali adottate negli ultimi decenni non possano essere comprese semplicemente come forme di regolazione correttiva o di intervento anticiclico, ma vadano interpretate come segnali di una trasformazione qualitativa del capitalismo stesso. Questa lettura si distacca tanto dalla visione liberale classica, che tende a considerare lo Stato come un attore esterno e distorsivo, quanto da quella keynesiana tradizionale, che concepisce l’intervento pubblico come strumento temporaneo di stabilizzazione, per avvicinarsi invece a una diagnosi strutturale del mutamento del modo di accumulazione. Autori come Mariana Mazzucato hanno parlato di “Stato imprenditore” per descrivere un contesto in cui il settore pubblico non si limita a correggere i fallimenti del mercato, ma orienta attivamente l’innovazione, definisce missioni strategiche e crea nuovi spazi di valorizzazione del capitale (The Entrepreneurial State, 2013), mettendo in discussione la narrazione secondo cui il valore sarebbe generato esclusivamente dall’iniziativa privata.
Parallelamente, la risposta alle crisi finanziarie e sanitarie globali – dalla crisi del 2008 alla pandemia di COVID-19 – ha reso evidente una forma di capitalismo sempre più dipendente da politiche monetarie espansive, salvataggi pubblici e socializzazione del rischio, fenomeno che Wolfgang Streeck interpreta come segnale di una “crisi permanente” del capitalismo democratico, in cui il sistema sopravvive attraverso l’accumulazione di debito e la sospensione reiterata delle sue stesse regole (Buying Time, 2014). In questo quadro, il confine tra mercato e Stato appare sempre meno definito: le banche centrali non si limitano a garantire la stabilità dei prezzi, ma sostengono direttamente i mercati finanziari, mentre le politiche industriali e climatiche ridefiniscono priorità produttive e catene del valore, configurando quello che alcuni definiscono “capitalismo politico” o “capitalismo guidato dallo Stato”. Al tempo stesso, studiosi come Michel Foucault, già nelle sue lezioni sulla biopolitica, avevano anticipato come il neoliberismo non riduca semplicemente lo Stato, ma ne riorienti le funzioni, trasformandolo in un produttore di condizioni di mercato e di soggettività economiche, suggerendo che anche le forme apparentemente anti-mercato possano rappresentare una ristrutturazione interna del capitalismo piuttosto che la sua negazione. Più recentemente, il dibattito sul “capitalismo delle piattaforme” e sul “capitalismo della sorveglianza” ha rafforzato l’idea di una mutazione profonda: qui il valore non deriva principalmente dalla produzione di beni, ma dalla capacità di controllare infrastrutture digitali, dati e standard tecnologici, spesso in stretta interazione con apparati statali e normativi. In questa prospettiva, le politiche economiche contemporanee non appaiono come semplici risposte contingenti a crisi eccezionali, ma come elementi costitutivi di una nuova configurazione del capitalismo, in cui l’intervento pubblico, la finanza e il controllo delle informazioni diventano fattori strutturali dell’accumulazione, ridefinendo sia il concetto di mercato sia le forme tradizionali di legittimazione del profitto.
Nel caso delle politiche economiche adottate dall’amministrazione Trump e, più in generale, nell’evoluzione recente dell’economia statunitense, una parte del dibattito pubblico e accademico ha effettivamente fatto ricorso alla categoria di “capitalismo di Stato” per descrivere un insieme di pratiche che sembrano discostarsi in modo significativo dall’ideale neoliberale di uno Stato minimo e di mercati autoregolati. Think tank come il Council on Foreign Relations e commentatori su riviste quali Foreign Affairs e The Economist hanno osservato come l’uso estensivo di dazi, sanzioni, restrizioni agli investimenti esteri e interventi discrezionali su singole imprese – si pensi ai casi di Carrier, Boeing, Apple o alle pressioni esercitate sul settore dell’acciaio e dei semiconduttori – configuri una forma di interventismo selettivo in cui il potere politico orienta direttamente le decisioni di investimento, produzione e localizzazione. In questa prospettiva, lo Stato non si limita a fissare le regole del gioco, ma interviene nel gioco stesso, condizionando i comportamenti delle imprese attraverso minacce credibili, incentivi mirati e una retorica nazional-economica che ridefinisce le priorità strategiche del capitalismo statunitense.
Alcuni autori hanno sottolineato come questo approccio si avvicini, pur con evidenti differenze istituzionali e ideologiche, a forme di capitalismo di Stato già analizzate in altri contesti, in particolare in Cina o in alcune economie emergenti, dove lo Stato agisce come investitore, pianificatore parziale e arbitro politico dei settori chiave. Ian Bremmer, nel suo The End of the Free Market (2010), definisce il capitalismo di Stato come un sistema in cui i governi “usano i mercati principalmente come strumenti di potere politico”, una definizione che, secondo alcuni commentatori, aiuta a leggere anche alcune tendenze occidentali recenti. Allo stesso tempo, studiosi come Quinn Slobodian hanno messo in guardia dal considerare queste pratiche come una vera rottura con il neoliberismo, sostenendo che esse rappresentino piuttosto una sua ristrutturazione interna: lo Stato non scompare, ma viene mobilitato attivamente per proteggere la competitività nazionale del capitale in un contesto di conflitto geopolitico e frammentazione della globalizzazione.
La questione rimane controversa perché, a differenza dei modelli classici di capitalismo di Stato, negli Stati Uniti non si assiste a una generalizzata proprietà pubblica dei mezzi di produzione né a una pianificazione centralizzata. L’intervento governativo è episodico, selettivo e spesso mediato da interessi privati consolidati, il che induce alcuni analisti a parlare piuttosto di “cronycapitalism” o di “nazionalismo economico” che di capitalismo di Stato in senso proprio. Tuttavia, come osserva Wolfgang Streeck, il punto teoricamente rilevante non è tanto l’etichetta, quanto il fatto che il capitalismo avanzato sembri sempre meno in grado di funzionare senza un coinvolgimento diretto e crescente del potere pubblico, soprattutto nei settori ad alta intensità tecnologica, finanziaria e strategica.
In questa luce, il ricorso alla nozione di capitalismo di Stato, pur con tutti i suoi limiti analitici, svolge una funzione euristica importante: segnala l’inadeguatezza delle categorie tradizionali dell’economia politica – mercato contro Stato, pubblico contro privato, liberalismo contro interventismo – nel cogliere configurazioni ibride e mutevoli come quelle contemporanee. Le politiche dell’amministrazione Trump diventano così un caso emblematico di una tendenza più ampia, in cui il capitalismo non abbandona il mercato, ma lo reinscrive sempre più profondamente dentro logiche di potere politico, competizione geopolitica e intervento selettivo, rendendo necessario un aggiornamento concettuale degli strumenti analitici con cui interpretiamo l’economia del nostro tempo.
Parallelamente, nel dibattito delle scienze sociali si è affermata una categoria concettuale che coglie uno degli aspetti più innovativi e problematici dell’economia contemporanea, quella di capitalismo della sorveglianza, elaborata in modo sistematico da ShoshanaZuboff a partire dai suoi lavori culminati in The Age of SurveillanceCapitalism (2019). Zuboff definisce questo modello come un “nuovo ordine economico” in cui l’esperienza umana viene reinterpretata come materia prima gratuita, continuamente catturata, tradotta in dati e trasformata in valore economico attraverso processi algoritmici di analisi e previsione. Secondo l’autrice, le grandi piattaforme digitali non si limitano a offrire servizi informativi o infrastrutture di comunicazione, ma operano una forma inedita di appropriazione, estraendo sistematicamente dati comportamentali che eccedono le necessità funzionali del servizio fornito e che costituiscono quello che ella definisce surplus comportamentale, ovvero un residuo informativo non richiesto dagli utenti e non strettamente necessario al funzionamento della piattaforma, ma essenziale per la generazione di profitto. Questo surplus viene poi raffinato attraverso tecnologie di machine learning e intelligenza artificiale e convertito in prodotti predittivi venduti su mercati specializzati a inserzionisti, imprese e attori politici interessati a influenzare comportamenti futuri, dal consumo alle preferenze elettorali. In questa prospettiva, il profitto non deriva più primariamente dalla produzione di beni materiali o nemmeno dalla vendita diretta di servizi digitali, ma dalla capacità di anticipare, modellare e indirizzare l’azione umana, inaugurando una logica di accumulazione che rompe con le categorie classiche dell’economia politica.
Come sottolinea Zuboff, “il capitalismo della sorveglianza rivendica l’esperienza umana come materia prima gratuita per pratiche commerciali nascoste di estrazione, previsione e vendita” (The Age of SurveillanceCapitalism), mettendo in luce una forma di potere che non si limita allo sfruttamento economico, ma investe la sfera dell’autonomia individuale e della democrazia. In questa chiave interpretativa, la raccolta massiva dei dati non è un semplice effetto collaterale della digitalizzazione, bensì una condizione strutturale del nuovo regime di accumulazione, come voi stessi avete evidenziato in più occasioni osservando come l’accesso “gratuito” alle piattaforme implichi in realtà una transazione asimmetrica in cui l’utente cede informazioni preziose senza un consenso pienamente informato e senza un controllo effettivo sul loro utilizzo futuro. Il capitalismo della sorveglianza, dunque, non rappresenta una mera estensione del capitalismo dell’informazione o della conoscenza, ma una sua mutazione qualitativa: se il capitalismo industriale si fondava sull’estrazione di valore dalla natura e dal lavoro umano, questa nuova forma di capitalismo tende, per usare ancora le parole di Zuboff, a “colonizzare il comportamento umano”, trasformando emozioni, relazioni, movimenti e scelte in input economici. Autori come Evgeny Morozov e Nick Srnicek hanno ulteriormente ampliato questa analisi, mostrando come il potere delle piattaforme digitali derivi non solo dalla proprietà dei dati, ma dalla capacità di costruire ecosistemi chiusi e infrastrutture indispensabili, che rendono la sorveglianza una condizione normale della partecipazione sociale ed economica. In questo senso, i mercati predittivi dei comportamenti futuri non costituiscono soltanto una nuova frontiera del profitto, ma un dispositivo di governo che intreccia economia, tecnologia e potere, rafforzando l’idea che il capitalismo contemporaneo stia attraversando una fase di profonda trasformazione, in cui il valore non viene più semplicemente prodotto o scambiato, ma anticipato, modellato e imposto attraverso il controllo sistematico dell’esperienza umana.
Questa dinamica solleva implicazioni teoriche di grande portata perché incrina alcuni presupposti fondamentali dell’economia politica classica e neoclassica. Nelle concezioni tradizionali del capitalismo, da Smith fino alla teoria dell’equilibrio generale walrasiano, il mercato è inteso come uno spazio di scambio tra soggetti formalmente liberi e informati, nel quale il valore si forma attraverso l’incontro tra domanda e offerta e i prezzi riflettono, almeno in linea teorica, preferenze, scarsità e costi. Anche laddove tali modelli riconoscono imperfezioni informative o poteri di mercato, lo scambio resta concettualmente fondato sull’idea di equivalenza e consenso: gli agenti sanno cosa stanno cedendo e cosa stanno ottenendo in cambio. Nel capitalismo della sorveglianza, invece, questo presupposto viene radicalmente messo in discussione, poiché lo scambio non avviene tra equivalenti né in condizioni di trasparenza. Gli utenti non vendono consapevolmente i propri dati comportamentali, non ne conoscono il valore economico né le modalità di trasformazione in prodotti predittivi, e spesso non hanno reali possibilità di rifiutare tale estrazione senza auto-escludersi dalla vita sociale, economica e comunicativa. Come osserva Zuboff, non si tratta di uno scambio di mercato in senso proprio, ma di una forma di espropriazione unilaterale resa possibile da asimmetrie informative estreme e da architetture tecnologiche opache che occultano i processi di valorizzazione (The Age of SurveillanceCapitalism).
Da questo punto di vista, il capitalismo della sorveglianza appare più vicino a logiche di rendita e di appropriazione che a quelle della produzione competitiva, poiché il profitto deriva dalla posizione dominante sulle infrastrutture digitali e dalla capacità di catturare flussi di dati piuttosto che dall’efficienza produttiva. L’asimmetria di conoscenza non è un difetto contingente del sistema, ma una sua condizione strutturale: solo le piattaforme dispongono delle competenze, delle risorse computazionali e dei modelli predittivi necessari a trasformare i dati grezzi in valore economico, mentre gli utenti restano esclusi sia dal controllo sia dalla comprensione dei processi decisionali algoritmici. In termini foucaultiani, si potrebbe dire che il potere non opera più soltanto attraverso divieti o norme esplicite, ma attraverso dispositivi che orientano silenziosamente le condotte, rendendo il comportamento stesso un oggetto di governo.
Zuboff insiste inoltre sul fatto che la posta in gioco non è solo economica, ma profondamente politica. Se le tecnologie comportamentali vengono utilizzate per prevedere e, soprattutto, per modificare le azioni individuali e collettive, allora il confine tra mercato e sfera pubblica si dissolve, e con esso alcune condizioni fondamentali della democrazia liberale, come l’autonomia del soggetto, la formazione libera delle preferenze e il pluralismo dell’informazione. Il rischio, in questa prospettiva, è che il capitalismo della sorveglianza produca una nuova forma di potere privato non sottoposto a sufficiente controllo democratico, capace di incidere sui processi decisionali senza responsabilità politica e senza trasparenza. In tal senso, la critica di Zuboff si colloca in continuità con le tradizioni più ampie dell’economia politica critica, da Polanyi a Habermas, mostrando come l’espansione illimitata della logica di mercato in ambiti sempre più intimi della vita sociale non rappresenti un semplice progresso tecnologico, ma una trasformazione strutturale del capitalismo che impone di ripensarne categorie, limiti e forme di regolazione.
Questa trasformazione del capitalismo contemporaneo verso l’estrazione sistematica di dati e comportamenti umani appare strettamente intrecciata alle nuove forme di intervento statale e alle strategie economiche e geopolitiche emerse negli ultimi anni, configurando un assetto che si discosta sia dal capitalismo industriale classico sia dal paradigma neoliberale nella sua formulazione più ortodossa. Se nella fase industriale il fulcro dell’accumulazione era la produzione di merci materiali e la competizione mercantile, e se la successiva stagione neoliberale ha enfatizzato la deregolamentazione, la liberalizzazione dei flussi di capitale e la riduzione apparente del ruolo dello Stato, il capitalismo contemporaneo sembra invece articolarsi attorno a due dinamiche complementari e interdipendenti. Da un lato, assistiamo all’ascesa di attori privati di dimensioni globali che fondano il proprio potere economico non tanto sulla produzione in senso tradizionale, quanto sul controllo di infrastrutture digitali essenziali, sull’accumulazione di dati su scala massiva e sulla capacità di trasformare tali dati in strumenti predittivi e di influenza, generando forme di concentrazione e centralizzazione del potere economico difficilmente riconducibili ai modelli concorrenziali classici. Dall’altro lato, gli Stati non appaiono più come semplici regolatori esterni di questi processi, ma come soggetti che intrattengono relazioni strutturalmente complesse con le grandi piattaforme e con i settori tecnologici strategici, oscillando tra funzione di controllo, protezione, incentivo e integrazione operativa.
In questo nuovo assetto, lo Stato non si limita a correggere fallimenti di mercato, ma contribuisce attivamente a creare e sostenere gli ecosistemi tecnologici entro cui il capitalismo dei dati può prosperare, attraverso politiche industriali, investimenti pubblici in ricerca e sviluppo, appalti, infrastrutture digitali e, non di rado, forme di cooperazione diretta in ambiti come la sicurezza, la difesa, la sanità e l’amministrazione pubblica. Come osservano autori quali Benjamin Brattone Evgeny Morozov, le piattaforme digitali tendono a svolgere funzioni quasi sovrane, fornendo servizi di identificazione, comunicazione e coordinamento che diventano indispensabili anche per lo Stato stesso, creando una relazione di mutua dipendenza che sfuma i confini tradizionali tra pubblico e privato. Allo stesso tempo, in un contesto di crescente competizione geopolitica, i governi vedono nel controllo dei dati, delle reti e delle tecnologie digitali un elemento centrale della sovranità nazionale, il che li porta a sostenere selettivamente alcuni campioni tecnologici nazionali o a negoziare compromessi regolativi che preservino la capacità di questi attori di competere su scala globale.
Ne risulta una configurazione del capitalismo che non può essere adeguatamente descritta né come libero mercato né come pianificazione statale, ma come un sistema ibrido in cui l’accumulazione privata basata sui dati e il potere pubblico si rafforzano reciprocamente. In questa prospettiva, il capitalismo della sorveglianza non è un fenomeno puramente tecnologico o aziendale, ma una forma di capitalismo politicamente mediata, che si sviluppa all’interno di cornici istituzionali e strategie statali precise. Tale intreccio solleva interrogativi teorici cruciali per l’economia politica contemporanea: se il valore nasce dall’estrazione e dall’anticipazione dei comportamenti umani, e se lo Stato contribuisce attivamente a rendere possibile e legittimo questo processo, allora le categorie tradizionali di mercato, concorrenza e regolazione risultano insufficienti, imponendo una riconsiderazione più ampia del rapporto tra capitalismo, potere politico e democrazia nell’era digitale.
Le politiche economiche dell’amministrazione Trump, caratterizzate da misure protezionistiche, interventi diretti in settori ritenuti strategici, imposizioni di condizioni a singole imprese e scelte di politica industriale volte a sostenere specifici comparti o campioni nazionali, possono essere interpretate meno come un ritorno al capitalismo di Stato nella sua accezione storica – fondata sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione e su forme di pianificazione esplicita – e più come l’espressione di una tendenza più ampia del capitalismo contemporaneo, in cui il potere statale e i grandi capitali tecnologici si intrecciano in modo strutturale. In questa configurazione, lo Stato non sostituisce il mercato, ma lo riorienta selettivamente, creando le condizioni politiche, normative e geopolitiche affinché alcuni attori privati possano consolidare posizioni dominanti in settori ad alta intensità tecnologica e informativa. Tale dinamica appare particolarmente evidente se letta alla luce dell’economia dei dati e delle piattaforme digitali, dove il valore economico non deriva primariamente dalla produzione materiale, ma dall’estrazione, dall’elaborazione e dalla valorizzazione dei comportamenti umani mediati dalle reti digitali.
In questo senso, le politiche trumpiane possono essere comprese come parte di un più generale processo di ristrutturazione del capitalismo in chiave nazional-competitiva, in cui la sovranità economica viene ridefinita attorno al controllo delle infrastrutture digitali, delle catene di approvvigionamento tecnologiche e dei flussi di dati. Lo Stato, attraverso dazi, restrizioni agli investimenti esteri, appalti pubblici e pressioni regolative, contribuisce a proteggere e rafforzare l’ecosistema delle grandi imprese tecnologiche e industriali, mentre queste ultime, a loro volta, forniscono allo Stato strumenti cruciali di sorveglianza, analisi predittiva e gestione delle popolazioni, in ambiti che vanno dalla sicurezza nazionale alla comunicazione politica. Ne emerge un rapporto di mutuo vantaggio che supera l’opposizione classica tra pubblico e privato e che richiama, per certi aspetti, ciò che autori come ShoshanaZuboff, Benjamin Bratton e Wolfgang Streeck descrivono come una convergenza tra logiche di accumulazione capitalistica e logiche di governo.
Letta in questa prospettiva, l’azione economica dell’amministrazione Trump non rappresenta un’eccezione isolata o una regressione temporanea rispetto al neoliberismo globale, ma un caso emblematico di una tendenza più profonda: la formazione di un capitalismo politicamente mediato, in cui l’intervento statale e il potere delle piattaforme digitali si rafforzano reciprocamente attorno all’estrazione di valore da dati, reti e comportamenti sociali. Tale configurazione rende sempre più evidente come le categorie tradizionali dell’economia politica – mercato, concorrenza, Stato, regolazione – risultino insufficienti a cogliere la natura di un capitalismo che non solo organizza la produzione e lo scambio, ma penetra nella sfera dell’esperienza quotidiana, trasformando la vita sociale stessa in una fonte diretta di accumulazione economica.
È fondamentale precisare che questa mutazione del capitalismo non è circoscritta né al contesto statunitense né alla specifica fase politica dell’amministrazione Trump, ma riflette una trasformazione di portata globale nelle dinamiche di accumulazione e di potere economico. La centralità dei dati come nuova fonte di valore spinge le grandi imprese tecnologiche verso posizioni di dominio strutturale, fondate su economie di scala, effetti di rete e controllo delle infrastrutture digitali, che tendono a produrre forme di monopolio o oligopolio difficilmente scalfibili dai meccanismi concorrenziali tradizionali. Come sottolineano studiosi quali Thomas Piketty e Nick Srnicek, questa concentrazione di potere economico ha effetti diretti sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, accentuando le disuguaglianze e rafforzando rendite di posizione che non derivano dall’aumento della produttività complessiva, ma dal controllo esclusivo di risorse informative e tecnologiche essenziali.
In parallelo, la diffusione globale delle tecnologie di sorveglianza e di analisi predittiva crea nuove intersezioni tra potere pubblico e potere privato. Gli Stati, di fronte a sfide legate alla sicurezza, alla gestione dei flussi migratori, alla prevenzione del terrorismo o, più recentemente, alla gestione delle emergenze sanitarie, trovano nelle infrastrutture digitali e nei sistemi di raccolta dei dati strumenti potenti di controllo e coordinamento, spesso sviluppati o gestiti da imprese private. Questo intreccio, come osserva Zuboff, rischia di normalizzare pratiche di sorveglianza che, una volta istituzionalizzate, tendono a espandersi oltre le finalità originarie, trasformando eccezioni emergenziali in regole permanenti. In tale contesto, la distinzione liberale tra sfera pubblica e sfera privata si indebolisce ulteriormente, mentre il controllo delle informazioni diventa una leva centrale del potere politico.
La centralità delle piattaforme digitali nel coordinamento delle attività economiche, sociali e persino politiche – dalla comunicazione pubblica al commercio, dall’informazione all’organizzazione del lavoro – solleva interrogativi profondi sulla sovranità dei cittadini e sulla qualità delle istituzioni democratiche. Se una parte crescente della vita collettiva è mediata da infrastrutture opache, governate da algoritmi proprietari e da regole stabilite unilateralmente da attori privati, allora la capacità dei cittadini di esercitare un controllo informato sui processi decisionali si riduce sensibilmente. Al tempo stesso, la responsabilità dei detentori dei dati nella gestione delle informazioni personali e comportamentali diventa una questione centrale di legittimità politica oltre che economica. In questa prospettiva, il capitalismo dei dati e della sorveglianza non rappresenta soltanto una nuova fase dello sviluppo capitalistico, ma una sfida sistemica che investe i fondamenti stessi della sovranità democratica, della trasparenza istituzionale e del rapporto tra individuo, mercato e potere politico nell’era digitale.
In termini teorici, questi sviluppi impongono un significativo ampliamento delle categorie tradizionali dell’economia politica. Le dicotomie classiche – mercato versus Stato, capitalismo industriale versus capitalismo finanziario – risultano insufficienti per cogliere le dinamiche contemporanee, perché non tengono conto del fatto che la produzione di valore capitalistico si sta progressivamente spostando dall’attività produttiva tradizionale verso l’appropriazione di capacità previsionali e di controllo dei comportamenti umani. In altre parole, il valore non deriva più solo dalla trasformazione di beni materiali o dalla gestione di flussi finanziari, ma dall’estrazione, dall’analisi e dalla valorizzazione dei dati comportamentali degli individui, che diventano materia prima per nuovi prodotti predittivi e strumenti di influenza economica e sociale. Questo processo trasforma in profondità le relazioni tra soggetti economici e istituzioni pubbliche: lo Stato non è più soltanto regolatore o correttore di fallimenti di mercato, ma diventa un attore integrato nei circuiti di accumulazione, proteggendo infrastrutture critiche, incentivando piattaforme dominanti e utilizzando, in alcuni casi, strumenti derivati dalla sorveglianza digitale per finalità di sicurezza o controllo sociale.
Il capitalismo della sorveglianza, se analizzato attraverso il prisma delle teorie critiche contemporanee – da Zuboff a Bratton, da Streeck a Morozov – rappresenta dunque più di un fenomeno tecnologico o commerciale: esso segnala un mutamento sistemico nello schema di accumulazione del capitale, che produce nuove forme di concentrazione economica, accentua le disuguaglianze e ridefinisce i rapporti di potere tra cittadini, imprese e istituzioni. Le asimmetrie informative e di potere diventano strutturali, non eccezionali, modificando le condizioni stesse della partecipazione economica e politica. Inoltre, l’interdipendenza crescente tra piattaforme digitali e Stato suggerisce che la governance democratica deve confrontarsi con nuovi dilemmi: come garantire trasparenza, responsabilità e tutela dei diritti individuali in contesti in cui il valore economico e il potere politico derivano dalla capacità di anticipare e orientare comportamenti? In questo quadro, il capitalismo contemporaneo non è più definibile solo attraverso logiche di produzione o scambio di beni, ma deve essere interpretato come un sistema ibrido in cui l’accumulazione, il controllo dei dati e l’intervento pubblico si intrecciano profondamente, richiedendo strumenti analitici aggiornati e una riflessione critica sulle conseguenze sociali, politiche ed economiche di questa nuova fase del capitalismo globale.
In conclusione, la riflessione critica sulle forme emergenti di capitalismo, comprese quelle descritte da ShoshanaZuboff come capitalizzazione dell’esperienza umana, suggerisce che stiamo osservando una trasformazione sistemica del capitalismo contemporaneo, molto più profonda e strutturale di quanto non possa apparire dall’analisi di politiche economiche isolate o dall’osservazione di singoli governi, poiché questa trasformazione riguarda la logica stessa di produzione e accumulazione del valore, che si sposta in modo radicale dalla produzione e vendita di beni materiali o servizi standardizzati verso l’appropriazione, la raccolta e la valorizzazione dei dati comportamentali, delle preferenze individuali e delle interazioni sociali, trasformando l’esperienza umana in una risorsa economica strategica; le politiche dell’amministrazione Trump, se osservate nel contesto del capitalismo di Stato, assumono quindi un significato che va oltre il semplice intervento protezionistico o industriale, rivelandosi come manifestazioni di una tendenza più ampia in cui lo Stato non agisce più come semplice regolatore esterno dei mercati o come correttore di fallimenti, ma come attore integrato e attivo nei circuiti di accumulazione del capitale digitale, proteggendo e sostenendo piattaforme strategiche e imprese chiave, imponendo condizioni per l’accesso a settori critici, incentivando la concentrazione di risorse economiche e tecnologiche e, al contempo, partecipando indirettamente alla creazione di valore derivante dai dati raccolti e processati dalle grandi imprese private; questa complicità tra Stato e attori privati rivela che le categorie tradizionali di mercato e regolazione statale risultano ormai insufficienti, poiché la governance pubblica non si limita più a garantire concorrenza, legalità o interventi correttivi, ma diventa parte integrante di un ecosistema tecnologico e informativo che accumula profitti, influenza comportamenti e consolida posizioni di potere economico e politico, generando una forma di capitalismo in cui la dimensione tecnologica, digitale e algoritmica non è accessoria, ma centrale nella produzione del valore stesso.
Esempi concreti evidenziano questa dinamica: negli Stati Uniti, le misure protezionistiche e le restrizioni agli investimenti esteri miravano a rafforzare campioni nazionali in settori strategici come semiconduttori, intelligenza artificiale e infrastrutture cloud, mentre le grandi piattaforme digitali, pur mantenendo un ruolo commerciale, diventavano essenziali per il funzionamento della società e per la raccolta di dati predittivi, creando interdipendenze tra interessi pubblici e privati; in Cina, il controllo statale diretto su aziende come Alibaba, Tencent e Baidu, unito a sistemi di monitoraggio e al social credit system, mostra come lo Stato possa utilizzare l’infrastruttura privata per finalità sia economiche sia di governo della popolazione, modellando comportamenti e accumulando informazioni strategiche; in Europa, iniziative come GAIA-X e la protezione dei dati sensibili attraverso il GDPR dimostrano che, anche in contesti regolatori più rigorosi, lo Stato interviene attivamente per definire ecosistemi tecnologici e mercati digitali, proteggendo infrastrutture critiche e influenzando la concentrazione e l’uso dei dati, pur mantenendo un approccio formalmente regolativo.
Questa evoluzione implica che la comprensione del capitalismo contemporaneo richiede una visione integrata che vada oltre il mero mercato e la semplice regolazione statale: occorre riconoscere che lo Stato diventa co-produttore di valore economico, soggetto politico e attore strategico nel processo di accumulazione, partecipando attivamente alla definizione delle infrastrutture digitali, alla concentrazione dei dati, alla regolazione predittiva e al coordinamento delle attività sociali ed economiche; in questo contesto, la distinzione tra pubblico e privato si sfuma, la sovranità democratica viene ridefinita, e le responsabilità nello sfruttamento dei dati, nella tutela dei diritti individuali e nella gestione degli algoritmi assumono un’importanza centrale; il capitalismo della sorveglianza diventa quindi non solo un fenomeno tecnologico o economico, ma una ridefinizione complessiva del rapporto tra Stato, capitale e società, in cui l’estrazione dei dati, il controllo dei comportamenti e l’integrazione tra potere pubblico e privato costituiscono la nuova frontiera dell’accumulazione capitalistica e della governance contemporanea, richiedendo strumenti teorici, regolamentari e politici aggiornati per affrontare le sfide poste dalla concentrazione del potere digitale, dall’influenza sugli individui e dalla ridefinizione dei confini della sovranità e della responsabilità democratica.
Bibliografia
- Smith, Adam (1776), The Wealth of Nations, London: Methuen & Co.
- Ricardo, David (1817), On the Principles of Political Economy and Taxation, London: John Murray.
- Marx, Karl (1867), Il Capitale. Critica dell’economia politica, Hamburg: Verlag von Otto Meissner.
- Keynes, John Maynard (1936), The General Theory of Employment, Interest and Money, London: Macmillan.
- Schumpeter, Joseph A. (1942), Capitalism, Socialism and Democracy, New York: Harper & Brothers.
- Polanyi, Karl (1944), La grande trasformazione. Le origini politiche ed economiche della nostra epoca, New York: Farrar &Rinehart.
- Zuboff, Shoshana (2019), The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, New York: PublicAffairs.
- Srnicek, Nick (2017), Platform Capitalism, Cambridge: Polity Press.
- Streeck, Wolfgang (2014), Buying Time: The Delayed Crisis of Democratic Capitalism, London: Verso.
- Piketty, Thomas (2013), Le Capital au XXIe siècle, Paris: Éditions du Seuil.
- Granovetter, Mark (1985), “Economic Action and Social Structure: The Problem of Embeddedness”, American Journal of Sociology, 91(3), pp. 481–510.
- Eubanks, Virginia (2018), Automating Inequality: How High-Tech Tools Profile, Police, and Punish the Poor, New York: St. Martin’s Press.
- Mayer-Schönberger, Viktor & Cukier, Kenneth (2013), Big Data: A Revolution That Will Transform How We Live, Work, and Think, Boston: Houghton Mifflin Harcourt.
- Reasat, Enea & Franza, (2021), “Sul futuro dell’Italia nell’UE e dopo il COVID-19”, Reasat.it, disponibile online: https://www.reasat.it/enea-franza-sul-futuro-dellitalia-nellu-e-dopo-il-covid19/
- Lessig, Lawrence (2006), Code: Version 2.0, New York: Basic Books.
- Cohen, Julie E. (2019), Between Truth and Power: The Legal Constructions of Informational Capitalism, Oxford: Oxford University Press.
- Morozov, Evgeny (2013), To Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism, New York: PublicAffairs.
- Taplin, Jonathan (2017), Move Fast and Break Things: How Facebook, Google, and Amazon Cornered Culture and Undermined Democracy, New York: Little, Brown and Company.
Archivio
News
Social
Sommario e abstract numeri precedenti
Eventi
- Conferenza “Migrazioni e sfide sociali”
- Convegno di Studi sul CCP – Venerdì 10 gennaio 2025 presso Aula Angelo Moscato – Palazzo di Giustizia di Gela
- Presentazione del libro “Pensieri Pandemici” di Silvio Sposito presso l’Istituto di Studi Europei “Alcide De Gasperi” venerdì 4 ottobre 2024 alle ore 18.00
- Riflessioni critiche su: L’Ordinamento del Regno delle due Sicilie tra storia e diritto – 1 marzo 2024 ore 15.00, Piazzetta Grande Archivio 5 Napoli
- Convegno – Il calcio: Sport, divertimento, salute, inclusione sociale. Insieme contro il bullismo

