“SALVARE CASA EUROPA”, MA COME?

 Autore: Prof. Claudio De Rose, Direttore  Responsabile  e coordinatore scientifico

 

1.- Un gruppo di intellettuali, autodefinitisi “patrioti europei”, hanno sottoscritto, su iniziativa del filosofo francese Bernard Henry Lèvy, un manifesto-appello in difesa dell’unità europea contro le minacciose intenzioni di sovranismi e populismi, in vista delle elezioni del Maggio 2019.

Il Manifesto-appello, significativamente intitolato “Salvare Casa Europa”, è stato pubblicato su “la Repubblica” del 26 gennaio 2019. L’allarme dei suoi sottoscrittori si incentra soprattutto sul programma delle forze populiste inteso a fermare la costruzione dell’unità dell’Europa e a sgretolare quanto da essa già costruito, sì da raggiungere il fine di consentire ai popoli europei di ”riappropriarsi” dell’”anima nazionale” e dell’”identità perduta”.

Nel documento si esprime altresì la preoccupazione che questi slogan avversi all’unità dell’Europa guadagnino sempre più spazio presso gli scontenti e i delusi delle politiche interne, i quali accusano le Istituzioni europee  (e, per la sua parte, l’Euro) di non aver saputo intervenire utilmente per scongiurare le dannose conseguenze di dette politiche e soprattutto di non essere state costruite e gestite in modo da intervenire in tal senso. Di qui il proporsi dei populisti come portatori di un nuovo modello d’Europa – a tutt’oggi non chiaro - che non solo preservi i popoli europei dalla perdite della propria “identità nazionale” ma, altresì, li salvi per sempre dalle crisi economiche, valutarie ed energetiche, dalle angherie delle banche e, principalmente, dalle immigrazioni.

I sottoscrittori del manifesto temono che questo disegno sia foriero di un nefasto ritorno a quel passato di autoritarismi, tirannie ed inciviltà, da cui l’Europa si è finora emancipata, dopo la caduta dei regimi totalitari e del muro di Berlino, proprio in virtù del processo di integrazione tra le nazioni, attuativo della grande idea unitaria basata sui valori della democrazia, della libertà, della giustizia sociale e della tutela dei diritti umani.

Nel manifesto si invoca, pertanto, un risveglio dell’idea originaria dell’unità d’Europa e un nuovo spirito di resistenza, per salvaguardare l’attuale costruzione europea che garantisce la democrazia liberale e i suoi valori.

Tuttavia – si dice ancora nel documento -per perseguire questo nobile scopo occorre anche che il ritorno all’idea originaria non si limiti ad un astratto richiamo ai principi, ma si esprima anche nei fatti, nel senso di ravvedersi dell’errore in cui, soprattutto negli ultimi tempi, è incorso il contesto – ideologico ed  operativo – dell’integrazione europea: quello di adagiarsi sui risultati ottenuti e di attendere che gli adattamenti del sistema democratico all’evolversi della realtà e delle esigenze della convivenza si verificassero automaticamente e senza necessità di verificarne la compatibilità con i principi.

 

2.-  La conseguenza da trarne - e, nello stesso tempo, il corretto punto di partenza per salvare “Casa Europa” - è che nel contesto europeo i valori democratici  vanno  sempre tenuti in osservazione e, all’occorrenza, immediatamente, fermamente e inequivocabilmente ribaditi e fatti valere, non solo contro ogni violazione o tentativo di violazione ma anche contro ogni equivoca interpretazione, che si verifichi, sia da parte o all’interno dello Stato di appartenenza, sia da parte o all’interno di altro Stato membro.

Allo stesso modo, e per le stesse ragioni, va vigilato il rispetto dei principi giuridici e delle norme poste a tutela del sistema democratico europeo, anch’esse suscettibili di essere violate, fraintese o ignorate. E con esse i fondamentali diritti di libertà e della persona umana.

Le ragioni del sempre possibile insorgere di minacce per la democrazia e per i suoi presidi giuridici sono molteplici e spesso non facili da percepire, soprattutto quelle che nascono da deviazioni o abusi del sistema democratico medesimo, a causa della sua non prontezza a cogliere la necessità di fronteggiare il naturale ingenerarsi ed evolversi di situazioni di crisi politico-istituzionali o economico-sociali, al di fuori o all’interno del sistema medesimo.Situazioni di crisi, alle quali sono congenite il verificarsi o l’accentuarsi di differenze e distanze tra individui, aggregazioni degli stessi e generazioni, in fatto di possesso di beni, di ruoli da esercitare, di poteri e doveri da rispettare, ovvero in fatto di motivazioni culturali, spirituali e religiose.

Dal momento che, come si diceva, l’Unione europea, contrariamente a quanto affermano i suoi detrattori e nonostante i suoi recenti momenti di debolezza, è stata concepita come un’entità sovranazionale in grado di prevenire o quantomeno di validamente fronteggiare le minacce alla democrazia e al diritto del tipo di quelli sopradescritti, e poiché dette minacce sembrerebbero oggi concretizzarsi, la domanda da porsi è a quale aspetto dell’assetto istituzionale europeo occorre far riferimento, sia per un’efficace  difesa dello stesso, sia per la difesa degli Stati membri che risultino coinvolti dalle minacce in questione.

 

3.- Per ben rispondere alla domanda come sopra posta, sembra preliminarmente opportuno verificare di che cosa i sovranisti e i populisti accusano specificamente l’Unione europea e che cosa essi propongono in alternativa alla stessa.

Le accuse sono sostanzialmente le seguenti: l’azzeramento o comunque l’oscuramento delle identità nazionali e dei valori nazionali; l’indifferenza o l’incapacità di risolvere problemi comuni di rilievo primario, quali i flussi migratori, l’incremento esponenziale della povertà, della disoccupazione, delle frodi e delle evasioni fiscali; gli eccessi tecnicistici della burocrazia europea e l’avere essa assunto un potere di fatto; l’essere l’euro e le sue regole formule astratte di cui si sarebbero impadroniti, per i loro fini e interessi, i poteri economici internazionali e le banche; l’essere stata favorita o comunque tollerata la prevalenza di taluni Stati e dei loro accordi a danno di altri Stati membri ingenerando ragioni di attrito tra gli stessi, e quindi, in definitiva, di essere l’Unione stessa costruita  come uno strumento per processi di destabilizzazione della democrazia e dei valori giuridici di garanzia, o quantomeno di esserlo divenuta.

Come si è prima accennato, la principale proposta dei sovranisti-populisti per superare tutto quello di cui accusano l’Europa attuale è, per quel che è dato capirne nella perdurante assenza di un chiaro modello di riferimento, il ridare agli Stati piena identità nazionale e piena sovranità.Il che significherebbe eliminare le cessioni di sovranità fin qui intervenute da parte degli Stati membri in favore dell’Unione e ricostruire sulle ceneri di quest’ultima un’Europa che non caschi in quelli che i sovranisti-populisti considerano “errori” e sia, invece, rispettosa della volontà degli Stati.

Quindi, in altri termini, ciò che essi propongono non è più, come adesso, un’entità sovranazionale, autonoma dagli Stati membri e da essi volontariamente accettata e cogestita, bensì una sorta di organismo intergovernativo a base assembleare elettiva, in cui gli Stati sovrani facciano continuamente sentire la loro voce e la loro volontà, sia attraverso i loro organi di governo, sia attraverso le rappresentanze dei loro popoli in seno ad un’assemblea elettiva, la quale però, a quanto è dato capirne e per ovvia coerenza con i postulati ideologici dei populisti e sovranisti, in nessun caso potrebbe essere concepita come una struttura di garanzia democratica, che possa validamente opporsi ai  Governi. 

Probabilmente, coloro che propongono questa specie di “Torre di Babele” ignorano ovvero trascurano di considerare che, per forza di cose, negli organismi intergovernativi, anche se nominalmente paritari, prevale sempre la volontà degli Stati più forti o, come spesso accade, la volontà di coalizioni da essi capeggiate.

La mancata considerazione di questo aspetto tanto più sorprende in quanto il discorso della “nazionalizzazione” dell’Europa viene portato avanti da forze sovraniste e/o populiste che sono in maggioranza solo in Italia, mentre negli altri Paesi europei, più grandi o più piccoli, sono in minoranza, per cui, anche in caso di una loro prevalenza nelle elezioni europee e quindi nel Parlamento europeo, ben difficilmente quest’ultimo potrebbe condizionare la politica degli Stati più forti, dal momento che, come essi stessi rilevano,non è sinora riuscito a farlo, neanche in un’Europa di impronta sovranazionale. E meno che mai vi riuscirebbe trasformandosi in quella sorta di assemblea popolare elettiva, ma non democratica e quindi subordinata ai Governi, di cui si è detto.

 

4.- Quanto sin qui rilevato, con riferimento a quella che sembrerebbe essere la posizione dei populisti e sovranisti, consente di affrontare, “a contrario”, il discorso su come concretamente salvare “Casa Europa” e sui cambiamenti che necessariamente la concernono.

A cominciare dal sopra rilevato fenomeno dell’egemonia di taluni Stati, nell’attuale situazione storica dell’Unione europea.

Non v’è dubbio che tale egemonia, oltre ad essere di per sé asistematica ed anomala in quanto non prevista dall’assetto istituzionale dell’Unione contenuto nei Trattati, ha esposto il Parlamento europeo alle critiche, oltre che dei populisti e sovranisti, anche dei filo europei “sovranazionalisti”, che parlano al riguardo di “deficit democratico”, per non essere il Parlamento medesimo in grado, nella attuale distribuzione dei poteri tra le Istituzioni europee, di rappresentare in pieno gli interessi dei cittadini europei che lo hanno eletto. In particolare, si auspica che il Parlamento abbia un ruolo preminente e determinante nella funzione legislativa dell’Unione nonché nei rapporti con la Commissione e il Consiglio.

La presenza dell’uno e dell’altro aspetto garantistico, era stata, probabilmente, data per scontata dai Padri fondatori ed anche dai legislatori europei fin qui succedutisi, che non avevano quindi avvertito il bisogno di sancirla in apposite norme, ma l’esperienza suggerisce di integrare la loro previsione implicita con proposizioni esplicite ed inequivocabili.

Ne discende che, nel quadro del salvataggio di “Casa Europa”, vanno prese in considerazione tanto la necessità di misure politico-normative per evitare egemonie di uno o più Stati, quanto i rimedi giusti per assicurare al Parlamento europeo la piena rappresentatività dei cittadini europei.

L’assetto di questi due punti cruciali nei termini sopraesposti salvaguarderebbe certamente i popoli europei dai nazionalismi esasperati, nonché dai sovranismi e dai populismi, perché darebbe il giusto peso ai cittadini europei e quindi ai popoli europei, coinvolti nella costruzione di un’Europa libera e democratica.

Inoltre, l’adozione di questi indispensabili miglioramenti dell’assetto istituzionale dell’Unione europea non potrà che rafforzare la validità dell’attuale formula unitaria e la sua preferibilità a quella degli “Stati Uniti d’Europa”, cioè alla formula federale, dal momento che quest’ultima non potrebbe che essere caratterizzata da un forte potere centrale, rispetto al quale gli Stati membri perderebbero del tutto la propria effettiva sovranità.

E quindi si riproporrebbe la questione della perdita delle identità nazionali, in ordine alla quale la formula attuale, caratterizzata dalla sovra-nazionalità condivisa, non pone invece alcun problema, perché, contrariamente a quanto affermano gli slogan dei sovranisti e populisti,non è vero che essa soffochi le identità nazionali, ma anzi se ne avvale per ottenere una sempre più utile e convinta partecipazione degli Stati membri e dei loro popoli al contesto sovranazionale, in cui si accede e da cui si può uscire con liberi atti di volontà delle entità nazionali: il che va sempre ricordato, a se stessi e a chi non è bene informato.

Inoltre, sarà bene ricordare che l’attuale formula dell’Unione europea è caratterizzata dalla cogestione di poteri tra l’entità sovranazionale e gli Stati membri, nel senso che questi ultimi cedono volontariamente parti di sovranità all’Unione per gestirle con la stessa a tutela degli interessi comuni, attraverso la partecipazione ai suoi organi istituzionali, e contemporaneamente gestendo in proprio gli altri spazi di sovranità.

Resta ferma, comunque, la potestà dell’Europa di valutare se gli Stati, nell’esercizio delle proprie funzioni e competenze, siano rispettosi tanto delle regole comuni e degli obblighi che ne derivano, quanto dei principi democratici e giuridici che costituiscono il presupposto per l’appartenenza all’Unione medesima. In caso contrario, nella prima ipotesi l’Unione innesca la procedura di infrazione di cui agli articoli 258-260 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE); nella seconda ipotesi, invece, innesca la procedura di cui all’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea (TUE). La prima procedura, ad esempio, è oggi in atto nei confronti della Polonia, in ragione di provvedimenti sostanzialmente restrittivi dell’autonomia dei magistrati, adottati da quello  Stato membro.

 

5.- A proposito delle altre critiche che i sovranisti e i populisti muovono all’Unione europea, non è vero che essa non si occupi di frodi ed evasioni fiscali, anzi per questi delicatissimi aspetti l’Unione va particolarmente apprezzata, anche sotto il profilo della lotta al connesso fenomeno della criminalità organizzata: se ne occupano l’art.310 del TFUE ed Eurojust (art.85 dello stesso Trattato), il quale è un organismo di cooperazione e coordinamento degli Stati membri nel settore della giurisdizione penale. Delle frodi e di altri gravi reati che interessano l’Unione europea si occuperà, tra non molto tempo, anche il Procuratore europeo, che potrà adire direttamente gli organi di giustizia nazionale.

Né è vero che l’Unione non si occupa della povertà e della disoccupazione, alle quali dedica, invece, le norme sulla coesione economica, sociale e territoriale (Titolo XVIII del TFUE), in applicazione delle quali l’Unione mette a disposizione degli Stati membri i Fondi strutturali, cioè ingenti somme di denaro, che si sono rilevate adeguate ad un effettivo rilancio delle condizioni socio-economiche nazionali in molti Stati membri, quali l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo ed anche quelli del Patto di Visegrad, del che non sembrano tener conto i loro Movimenti antieuropeisti.

Né sembrano tener conto del fatto che l’Italia ha ricevuto, per il settennio 2014-2021, ben ottanta miliardi di euro, dei quali è riuscita a spendere finora solo sette miliardi: il resto andrebbe impegnato e speso entro due anni, per cui, anziché dubitare dell’efficienza del sistema Europa, sarebbe forse meglio rendere più efficiente il sistema Italia.

E’ vero peraltro che, in tema di politica fiscale e di politica sociale, l’Unione può e deve fare di più, nel primo caso per ottenere una maggiore armonizzazione tra i sistemi tributari degli Stati membri; nel secondo caso, per pervenire ad un maggiore coordinamento nel settore dell’occupazione e della formazione, in modo da redistribuire le potenzialità che si offrono ai cittadini europei e a tutti coloro che sono legalmente presenti sul loro territorio.

Qui si pone la questione dei migranti, che l’Unione dovrà necessariamente disciplinare ex novo, non senza porsi il problema di verificare le cause delle migrazioni di massa e, nei limiti del possibile, intervenire di intesa con i Governi locali per eliminare o almeno ridurre le cause medesime. La materia, comunque, non può prescindere dal fondamentale principio, fatto proprio dall’Unione e dai suoi Stati membri, della tutela dei diritti umani e della priorità assoluta degli interventi di solidarietà per i bisogni primari.

Per quel che concerne le lamentele sulla burocrazia europea, sui suoi eccessi tecnicistici e sul suo potere di fatto, non c’è molto da fare: così è sempre stato, sin dai tempi degli “scriba” egiziani ed anche da prima e così sempre sarà. La burocrazia, con i suoi difetti prima ricordati ma anche con i suoi pregi (continuità e saggezza delle prassi, capacità di assorbimento del nuovo e di autorigenerarsi nelle modalità di applicazione delle norme) è un accessorio indispensabile delle organizzazioni amministrative evolute. Sta ai politici sapere come avvalersene e non tentare di modificarne la ratio, quanto piuttosto di rapportarsi ad essa per il conseguimento dei propri programmi di governo.

D’altro canto, è doveroso ricordare che la burocrazia europea ha al suo attivo una costante e ben costruita attitudine all’intuizione delle problematiche che stanno alla base della normativa e alla preparazione dei relativi schemi, poi assoggettati alle valutazioni e alle determinazioni delle Istituzioni competenti.

Quanto all’Euro, il malcontento dei populisti e sovranisti non ha assunto contorni precisi: sta di fatto, comunque, che per nessuno Stato membro, neppure per quelli che possono contare su una solida e collaudata struttura economico-finanziaria, l’abbandono dell’euro sarebbe conveniente, perché significherebbe o un ritorno alla moneta nazionale o una ricerca affannosa di un’area valutaria a cui agganciarsi, entrambe soluzioni avventurose in un contesto di economia mondiale in cui anche le valute più forti, compreso l’euro, devono giornalmente cimentarsi con le dinamiche concorrenziali e la volubilità che caratterizzano il mercato globale, sempre più condizionato da uno sviluppo scientifico e tecnologico inarrestabilmente proiettato nel futuro.

Non resta che l’accusa secondo cui l’Unione è stata concepita come uno strumento per processi di destabilizzazione della democrazia e dei valori giuridici di garanzia, o lo sarebbe divenuta, per aver ceduto troppo spazio alle lobby economico-finanziarie e alle banche.

Nei riguardi di questo genere di accuse, il minimo che si possa dire è che esse andrebbero dimostrate e documentate, soprattutto con riferimento a materie particolarmente delicate ed economicamente molto rilevanti, come gli appalti, la concorrenza, le concentrazioni di imprese, gli aiuti di Stato e l’ambiente, in cui non sono sin qui emerse strategie di poteri occulti e si è invece potuto constatare che l’Unione (e, prima di essa, la Comunità europea) hanno legiferato e gestito i relativi controlli in maniera esemplare, con norme garantistiche a cui si sono adeguati tranquillamente gli ordinamenti nazionali ed applicate dagli stessi senza difficoltà e senza squilibri sensibili da territorio a territorio o da settore a settore.

Il tutto sotto l’occhio vigile della Corte di giustizia, la cui giurisprudenza, con la sua sapienza giuridica, la sua saggezza e la sua autorevolezza  va via via confermando da decenni la validità del diritto europeo, come strumento di equilibrata disciplina dei rapporti giuridici in tutti i contesti ordinamentali degli Stati membri, il che ne fa un baluardo univoco e costante contro le estemporaneità e i particolarismi delle politiche nazionali.

Il diritto europeo, inoltre, annovera tra i suoi mezzi di garanzia la Carta dei diritti fondamentali e la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali (art.6 del TUE). Esso, dunque, costituisce il più sicuro testo di riferimento e garanzia per prevenire, contenere e reprimere le minacce alla libertà e alla dignità delle persone, che nell’odierna società civile vanno difese e protette contro qualsiasi abuso della ragione di Stato o dei Nazionalismi.

In conclusione, Casa Europa va salvata, aiutandola a riconoscersi costantemente in se stessa, cioè nella sua vocazione di entità sovranazionale ispirata alla democrazia, e a proseguire nella ricerca delle soluzioni migliori per i popoli e i cittadini europei in collaborazione con le sue componenti statuali,correggendo i propri errori e cedimenti,facendo salvi i diritti e le libertà fondamentali e conservando la fiducia degli Stati membri, anche di quelli che cessano di esserlo, come il “dopo Brexit” sta eloquentemente dimostrando.

 

 

 

 ISSN 2038-5161

Premio del Libro Europeo "Aldo Manuzio"