RIFLESSIONI SUL PIL: LA RICCHEZZA DI UN PAESE È SOLO UNA QUESTIONE DI SOMME?

Autori: Dott. Enea Franza, Dott.ssa Elena Repman

 

“… 25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena … “ ( Matteo 6,25-34, Vangelo)

 

 

Il PIL è solo una somma?

Nel suo interessante libro “I limiti della scienza economica”, Paul Ormerod [1], cosi riassume le sue osservazioni in fatto di Pil: “Di punto in bianco [nel 1980] la dimensione dell’economia, il Pil, aumentò del 20% … L’economia italiana restava esattamente tale e quale al giorno prima. L’unica cosa che era cambiata era la contabilità nazionale ”. A noi piace citare il passo di Ormerod, perché sintetizza con schiettezza il paradosso (ovvero, secondo la definizione che ne dà Mark Sainsbury [2] , "una conclusione apparentemente inaccettabile, che deriva da premesse apparentemente accettabili per mezzo di un ragionamento apparentemente accettabile"), che tanta letteratura economica ha raccolto con riferimento al Pil.

Ma andiamo con calma e fissiamo gli obbiettivi della nostra analisi ritornando alla domanda alla quale  cercheremo di dare una risposta, ovvero, il Pil costituisce o meno un valido indicatore dello standard di vita del Paese per cui è calcolato,  e soprattutto, confrontando il Pil di un Paese con quello di un altro, possiamo concludere  che ad una crescita maggiore  corrisponda una maggior ricchezza per i cittadini? Prima della crisi -quando lo sviluppo degli Stati Uniti, secondo le misurazioni standard del Pil, pareva molto più consistente di quella dell'Europa- molti europei sostenevano che l'Europa dovesse adottare il capitalismo di stampo statunitense, anche attraverso una maggior deregolamentazione in particolare nel settore bancario. Chi si fosse presa la briga di esaminare il crescente indebitamento delle famiglie americane [3] avrebbe probabilmente rettificato la falsa impressione di successo trasmessa dalle statistiche sul Pil.

Forse questo esempio può aiutarci più di mille parole a comprendere quanto sia utile capire innanzi tutto di cosa stiamo parlando, ovvero, in che cosa realmente si sostanzi una discussione che riguardi il Pil, e quindi, dell’importanza di comprendere con esattezza le informazioni che tale misura può darci.  Senza il necessario approfondimento, infatti, non si comprende la ragione delle tante discussioni in essere sulla adeguatezza o meno del Pil ad esprimere la c.d. ricchezza delle nazioni [4]. Ed in effetti la letteratura economica intorno al Reddito Nazionale è piena di paradossi [5]. Si prendano ad esempio i c.d. costi del declino sociale, come il “crimine” ed i disastri naturali che, in quanto generano transazioni monetarie positive, vengono contabilizzati nel Pil come guadagni economici addirittura tra le voci in aumento. Capiamoci meglio: il crimine accresce negli USA il Pil di diversi miliardi di fatturato in quanto si traduce in spese utilizzate per le misure di sicurezza, la protezione del territorio, la detenzione, il risarcimento danni, le spese mediche ed i funerali. E’ intuitivo a tutti, tuttavia, che tali spese da un punto di vista non strettamente economico hanno ripercussioni negative sullo stato emotivo, psicologico e fisico degli individui [6] e che queste cose non possono essere considerate indice di benessere di un Paese!  

Ma i paradossi non finiscono qui. L’esaurimento delle risorse naturali (petrolio, legname, ecc …) al contrario del capitale fisso (la cui svalutazione nel tempo, come vedremo in seguito, viene considerata nel Pnl) non viene contabilizzato e le c.d. esternalità negative [7] come l’inquinamento danno luogo ad un duplice effetto: da un lato non vengono contabilizzati né come mali in sé né come perdite di benessere, dall’altro il costo del disinquinamento va ad aumentare il Pil[8]. Ma approfondendo ancora si scopre che altri problemi si pongono, inoltre, sul confronto dei miglioramenti in fatto di qualità: il Pil non registra se siano state prodotte automobili migliori, ma solo numero maggiore di automobili; pertanto se produco migliaia di automobili difettose, esse pur tuttavia aumentano ancora il Pil. L'assistenza sanitaria esemplifica forse molto bene questo problema. Gli Stati Uniti spendono più di qualsiasi altro Paese per l'assistenza sanitaria (sia pro-capite sia in percentuale rispetto agli utili), ma con risultati decisamente inferiori e con la conseguenza che forse almeno una parte della differenza tra il Pil pro-capite negli Stati Uniti e nei Paesi europei potrebbe essere dovuta alle modalità di misurazione adottate.

Insomma, bisogna inoltre tener conto che il Pil fornisce misure qualitative di fenomeni essenzialmente qualitativi, come l’innovazione tecnologica: un Pil costante, ad esempio, non significa necessariamente che l’economia sia ferma, ma potrebbe anzi al contrario indicare che essa stia progredendo. Ad esempio la spesa per l’acquisto di computer può essere inferiore oggi rispetto a 10 anni fa, eppure i PC odierni sono molto più veloci e potenti. Un altro esempio ancora può essere dato dai TV color: quando questi sono stati introdotti, la produzione delle TV in bianco e nero è terminata, e non è detto che raggiunto un buon livello di produzione la TV a colori costi di più (al netto dell’inflazione) di quanto costasse quella in bianco e nero.  

Secondo molti, le considerazioni sul Pil sono così complesse e difficili in quanto coinvolgono il modello di sviluppo che vogliamo per un Paese e riguardano quindi ciò che si considera come progresso. Ma, è proprio il caso di ricordarlo, il concetto di sviluppo e di progresso non ha avuto (e non ha tutt’ora) un significato univoco e si intreccia con l’idea (personale e soggettiva) del fine ultimo dell’uomo e della civiltà. Se torniamo indietro nella storia per riscoprire nel corso del tempo come  il concetto di sviluppo è stato interpretato, troviamo un infinità di modi diversi e soggettivi, legati alla civiltà che lo sviluppa. Nella cultura Occidentale, in particolare, esso è stato di volta in volta identificato con il progresso, con la crescita, con la modernizzazione ed anche con l’industrializzazione.

Se infatti, nell’antichità classica, per sviluppo si è inteso principalmente riferirsi in termini progresso spirituale [9], con pochissima (se non nessuna) attenzione al miglioramento delle condizioni materiali della società, con il mercantilismo (metà del XVII sec.) ed ancor prima in epoca rinascimentale, si matura la convinzione che il progresso materiale determini anche lo sviluppo dell’uomo concepito come fine per l’affermazione della potenza militare di uno Stato e quindi della sua egemonia territoriale.  Ma è con il Calvinismo e la riforma protestante che si ha poi un nuovo approccio allo sviluppo, dove vi è intima correlazione tra fede, produzione e ricchezza, secondo cui la crescita economica segue il volere divino. Con la cultura illuminista (XVIII sec.), invece, viene ad esaltarsi il ruolo dell’uomo e della concezione dello sviluppo inteso come modernizzazione, ovvero, ineluttabile evoluzione delle attività umane anche come dominio della natura.

Solo negli ultimi anni si è fatta strada una nuova concezione dello sviluppo, non più centrata sulle sole condizioni materiali, ma anche sugli aspetti qualitativi della vita relazionale. Robert Kennedy, nel suo famoso discorso del 18 Marzo del 1968 all’Università del Kansas, ebbe a pronunciare le celebri parole che sintetizzano con appropriatezza la questione: “… Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.  Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.  Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani …”.

Le misure economiche hanno rispecchiato nel tempo l’idea che si aveva dello sviluppo; così si considera che la prima misura della ricchezza di un paese fosse legata alla ricchezza del suo Re[10], accresciuta poi per economie prevalentemente agricole dalla terra e dalla sua produzione, mentre nei paesi più industrializzati si aggiunse alla precedente anche l’apporto della manifattura. Nel tempo le misure dello sviluppo sono divenute le misure della produzione, non più in quanto tale, ma in quanto scambiabile sul mercato e “dotata” di un prezzo.

Dal dopoguerra ad oggi, la misura con cui si considera lo sviluppo di un paese è, come detto, il Pil, ma l’idea di sviluppo  e della “nuova frontiera” dei Kennedy [11], fa nascere l’esigenza di nuovi indicatori economici che possano formalizzare e confermare empiricamente i nuovi pensieri. E come poter dare torto alla confusione che genera il Pil.

L’evidenza empirica sembra dimostrare che l’incremento del Pil moltiplica  i rischi ed i costi associati al degrado ambientale, l’aumento delle disuguaglianze sociali, la disgregazione sociale generando nuove problematiche che parrebbero  minacciare i progressi fatti in termini di aspettativa di vita tanto da mettere a repentaglio il futuro della società. D’altra parte, a partire da quel discorso, l’idea che il Pil non significhi più un granché ha raggiunto tanti; basta ricordare da ultimo[12], la conferenza internazionale “Beyond GDP” [13] (oltre il PIL) organizzata dalla Commissione europea, il Parlamento Europeo, l’OCSE ed il  WWF[14]

Ma entriamo  un po’ nel dettaglio. Il prodotto interno lordo (Pil o, in inglese, Gross Domestic Product) costituisce la misura della produzione che viene utilizzata nel SEC (Sistema europeo di conti) adottato nei conti nazionali della UE e quindi dell'Italia. Esso misura il prodotto effettuato sul territorio del paese utilizzando fattori di produzione di proprietà di residenti e non residenti. In molti paesi al di fuori della UE, fra cui gli Stati Uniti, l'aggregato a cui si fa riferimento è il prodotto nazionale lordo (Pnl), il quale misura il prodotto effettuato dai residenti nazionali sia all'interno del paese che all'estero. Tuttavia, è possibile passare dal Pil al Pnl semplicemente aggiungendovi i redditi netti dall'estero, cioè i redditi da lavoro e da capitale percepiti all'estero dai residenti al netto degli analoghi redditi percepiti all'interno dai non residenti[15].

Ma torniamo al nostro Pil; ideato negli anni ’30 quale indicatore nato per misurare la produzione e l’efficienza di mercato, il Pil si è trasformato via via in un parametro standard usato dai responsabili politici di tutto il mondo ed ampiamente citato nei dibattiti pubblici per palesare il successo o l’insuccesso delle politiche adottate  fino a divenire il parametro più largamente diffuso per la misurazione di una economia. Esso in realtà esprime soltanto il valore aggiunto (o il reddito o, la spesa) di tutte le attività economiche basate sul denaro o, in altri termini, esso condensa in un solo numero (espresso nella valuta corrente) il valore di tutti i beni e servizi prodotti dell'economia in un dato periodo di tempo, solitamente l'anno solare.

Spieghiamoci con un esempio, forse più utile di tante parole, per capire di cosa sto parlando. Supponiamo che l’economia di un Paese sia composta da due sole imprese: una produce acciaio e l’altra automobili. La prima vende acciaio per un valore di 100 alla seconda, che lo usa, insieme a lavoro e macchinari (fattori produttivi), per produrre automobili. Il guadagno derivante dalla vendita delle automobili ammonta a 210. 

Cos’è, allora, il Pil di quest’economia? Bene, ve lo suggeriamo noi: 210, ovvero, il valore della produzione finale cioè delle automobili e dal conto, naturalmente, non abbiamo tenuto conto dell’acciaio perché usato nella produzione del bene finale: non vogliamo, ad esempio, includere nel Pil il prezzo totale di un'automobile e considerare come parte del Pil l’acciaio (e diverse parti dell'automobile vendute al produttore, ad esempio i pneumatici) che costituisce un bene intermedio il cui valore è già incluso nel Pil.

Come abbiamo visto, il Pil misura il valore di tutti i beni e servizi finali prodotti nel sistema economico in un dato periodo di tempo (generalmente l’anno, anche se in molti Paesi tra cui l’Italia se ne fanno rilevazioni trimestrali).

Le attività produttive di un Paese sono classificate generalmente in tre settori: il settore primario, comprende le attività di produzione delle risorse naturali, un settore secondario che comprende tutte le attività di carattere industriale e quello del terziario relativo alla produzione dei servizi. Ad esempio, in una semplice economia che produce venti banane, del valore di 0,10 euro ciascuna, e sessanta arance, del valore di 0,25 euro ciascuna, il Pil è pari a 17€ [16].  Se a fine anno rimangono invendute 10 banane e 20 arance, essere non formeranno oggetto della produzione per l’anno successivo, ma costituiscono scorte. Il Pil, quindi, misura il valore della produzione corrente ed esclude le transazioni di beni esistenti, come le arance e le banane invendute (o vecchi dipinti ed edifici di precedente costruzione) in quanto prodotti in precedenza e come tale, hanno già formato parte del Pil nell’anno di produzione.

Ma come pervenire ad un calcolo di ciò che un Paese produce in un anno? Bene, sono state suggerite tre diverse metodologie (che conducono, naturalmente, tutti al medesimo risultato) [17].

La prima si basa sul metodo del valore aggiunto ed il Pil in questo caso viene ottenuto sommando i valori dei beni e dei servizi prodotti dalle imprese, e come premesso, per eliminare tutte le duplicazioni che intervengono nella catena del valore di un bene, ad ogni stadio della produzione viene contabilizzato, come parte del Pil, solo il valore aggiunto al bene in questione in quello specifico stato della produzione (che può essere quindi definito come la differenza tra il ricavo ottenuto dalla vendita e la somma pagata per l’acquisto delle materie prime e dei semilavorati utilizzati nel processo produttivo). Un  secondo criterio è invece il metodo dei redditi che lo calcola come somma delle retribuzioni e dei redditi da capitale. Un ultimo criterio, il metodo della spesa, ottiene il Pil con la somma dei consumi (spesa delle famiglie in beni durevoli, beni di consumo e servizi), degli investimenti (spesa delle imprese e delle famiglie in immobili) della spesa pubblica e delle esportazioni nette (differenza fra esportazioni ed importazioni). I tre metodi naturalmente conducono ad un risultato analogo. Infatti, partendo dal concetto di Pil, il valore della produzione nazionale si traduce nel reddito globalmente ricevuto dai percettori di salari, interessi, rendite e profitti e la spesa totale in beni e servizi del sistema economico è pari al valore della produzione;  di conseguenza, la spesa totale dipende dal valore di tutti i redditi ricevuti. Sebbene queste tre relazioni appaiano semplici, nella contabilità nazionale la relazione tra Pil, reddito nazionale e spesa totale è molto più complessa. La complessità deriva in gran parte dal modo in cui le imposte dirette e indirette influiscono sul reddito nazionale, ma essa dipende anche dal ruolo del commercio internazionale.

Cerchiamo di chiarire tutto con un esempio, molte volte usato nei libri d’economia, supponendo che in un’economia esistano due sole imprese; la prima produce farina (mugnaio) per un valore complessivo di  50$, impiegando lavoro, al quale paga salari pari a $ 10 e la seconda (fornaio) produce pane per un valore pari a 100$, impiegando farina per un valore di  10$ e lavoro, al quale paga salari pari a 40$.  Qual’è il Pil di questa economia? Il valore complessivo della produzione (50+100=150$)  comprende 10$=di farina che sono consumati nella produzione di pane; quindi non sono beni finali. Il Pil sarà dunque pari a: Pil =50+(100-10)=140$. Con il calcolo seguente abbiamo calcolato il Pil utilizzando il metodo del valore aggiunto. Nel nostro esempio il mugnaio non utilizza beni intermedi; quindi il valore netto della sua produzione coincide con il valore lordo: $ 50. Il fornaio, viceversa, impiega 10$ di farina; quindi il valore netto della sua produzione è pari 100-10=90$. Con il metodo del reddito, invece, si ragiona come segue: la differenza tra valore della produzione e valore dei beni intermedi in ogni impresa non può che andare a remunerare i lavoratori (salari), al pagamento di imposte indirette, a profitto dell’impresa (distribuito o meno agli azionisti). Nel nostro esempio non ci sono imposte indirette e quindi la differenza in questione non può che essere pari ai salari più i profitti: Pil=Reddito=Salari+Profitti= (10+40)+(40+50)=140. Nel nostro esempio il reddito da lavoro rappresenta il 35,71% del PIL (50/140·100), mentre il reddito da capitale rappresenta il 64,29% (90/140·100). Nell’economia semplificata descritta sopra (quella con famiglie e due imprese, mugnaio e fornaio) abbiamo che la spesa per beni finali è costituita esclusivamente da spesa per consumi, pari a 40$ (spesa delle famiglie per la farina)+ 100$ (spesa delle famiglie per il pane).

La spesa di 10$ per l’acquisto di farina da parte del mugnaio non rientra né tra le spese di consumo delle famiglie, né tra le spese di investimento del fornaio, in quanto la farina non costituisce un bene durevole ma è interamente utilizzata nella produzione di una anno. Con il metodo della spesa avremo quindi: Pil=40+100=140. Detto altrimenti: poiché il Pil registra solo il valore dei beni e servizi finali e poiché questi ultimi sono, nel nostro esempio, solo beni di consumo, il valore della spesa non potrà che essere pari al valore dei beni di consumo.

Ma l’economia reale è un po’ più complessa e allora per avvicinarsi ad una sintesi più accettabile di quando accade in realtà complichiamo un po’ il quadro. Nelle economie reali, ad esempio, la spesa non è costituita solo da quella per consumi delle famiglie (anche se essa fa la parte del leone ed in  Italia supera il 60% del Pil, mentre negli USA è più vicina al 70%). Alla spesa per consumi delle famiglie bisogna aggiungere, infatti, anche la spesa per beni d’investimento effettuata dalle imprese e dalle famiglie.

Di che si tratta? E’ la spesa per l’acquisto effettuato dalle imprese per i nuovi macchinari ed impianti e dalle famiglie e dalle imprese per nuovi immobili [18]. Accanto al Pil spesso si sente parlare del Pin. Il Pin (Prodotto Interno Netto) è pari al Pil ridotto del deprezzamento subito dallo stock di capitale esistente. La produzione del Pil causa il deterioramento dello stock di capitale esistente: un'abitazione, ad esempio, si deprezza nel corso del tempo, e le attrezzature si logorano con l'uso. Se non venissero usate risorse per conservare o rimpiazzare il capitale esistente, il Pil  non potrebbe essere mantenuto al suo livello corrente. Di conseguenza il prodotto netto è una misura migliore del livello di attività economica che, dati lo stock di capitale e le forze di lavoro esistenti, potrebbe essere mantenuto per un lungo periodo. Il deprezzamento dello stock di capitale che nella contabilità nazionale è definito ammortamento, rappresenta una misura della quota di Pil che deve essere messa da parte per conservare intatta la capacità produttiva del sistema economico. Negli ammortamenti, naturalmente, si considera anche l'obsolescenza tecnologica degli impianti. A questi investimenti fissi vanno aggiunti, poi, i cosiddetti investimenti in scorte, nei quali che comprende tutti i beni non venduti nell’anno in corso e collocati nei magazzini delle aziende. In questo caso si parla di investimenti perché è come se le aziende “acquistassero” oggi una produzione per venderla negli anni successivi, indipendentemente dalla circostanza che tali “acquisti” siano o meno volontari, cioè che le scorte si accumulino programmaticamente o perché le previsioni di vendita non si sono realizzate.

Quando la produzione corrente è inferiore alle vendite correnti, le scorte si riducono: l’investimento in scorte è negativo. Così negli investimenti in scorte si registrano, effettivamente, le variazioni delle scorte.

Nel nostro ragionamento non abbiamo compreso la spesa pubblica per i beni in uso presso la Pubblica Amministrazione (Stato, Regioni, Comuni, istituti della previdenza obbligatoria quali Inps, Inpdap, ecc.), nonché per i servizi da questa acquistati, ivi compresi, ovviamente, quelli forniti dai dipendenti della Pubblica amministrazione stessa (il cui valore è rappresentato dai loro stipendi).

Altre uscite per la PA, e come tali sono contabilizzate nel bilancio pubblico, sono i trasferimenti che a titolo diverso dallo stipendio ai pubblici dipendenti, la PA concede ogni anno alle famiglie (sussidi di disoccupazione, pensioni, ecc.), poiché tali sussidi e trasferimenti non costituiscono immediatamente acquisto di beni e servizi. Alle spese nazionali  e cioè compiute da soggetti residenti per l’acquisto di beni e servizi prodotti nel Paese stesso di residenza, vanno aggiunte le spese compiute da soggetti esteri per l’acquisto di beni e servizi prodotti nel paese, ovvero e c.d. le esportazioni; mentre vanno sottratte le spese dei soggetti nazionali (famiglie, imprese e PA) per l’ acquisto di prodotti esteri, ovvero,  le importazioni. In pratica, dunque la voce di spesa che conta è il saldo commerciale (differenza tra esportazioni e importazioni), per il quale si usa spesso l’espressione esportazioni nette.

Si è detto che il prodotto interno lordo misura il valore dei beni e servizi finali prodotti correntemente dalle unità produttive che operano nel paese ai prezzi di mercato. Ma tale scelta e neutrale rispetto ai calcoli che facciamo, ovvero, impatta  sul Pil, o meglio,  in altri termini prendendo tutti i prezzi del beni e servizi prodotti esprimiamo un valore esattamente corrispondente al valore della produzione? 

Analizziamo la cosa con calma, evitando che il panico ci porti a frettolose congetture. Certamente un primo effetto distorsivo è connesso al fatto che il prezzo di mercato di molti beni scambiati includono anche imposte indirette (ad esempio, in Italia l’imposta sul valore aggiunto, imposte di fabbricazione, ecc.): ne consegue che il prezzo dei beni e dei servizi non è pari a quello che il venditore percepisce; infatti, se il governo decidesse di aumentare, ad esempio, le tasse sul lavoro o sull’impresa il risultato sarebbe l’inevitabile aumento dei prezzi per via della traslazione dell’effetto della tassa sul consumatore finale; per tale via si registrerà, così, un aumento del Pil.  

Ma i problemi purtroppo non finiscono qui, e tanto per citare un altro dei vari problemi che il tema delle imposte indirette pone circa l’attendibilità delle misure del Pil, si deve constatare che il prezzo, al netto delle imposte indirette, null’altro è che il costo dei fattori (corrispondente appunto a quanto viene percepito dai fattori produttivi capitale e lavoro); la differenza  tra il prezzo di vendita e il costo dei fattori produttivi esce allora dalla produzione e viene assorbita dall’operatore pubblico, come imposte indirette e, ridistribuita, sotto forma di spesa della pubblica amministrazione. Una complicazione con conseguenze non da poco!

Infatti, i servizi non destinabili alla vendita e che non hanno un prezzo di mercato, i c.d. servizi collettivi forniti dalle istituzioni sociali (istruzione, difesa, giustizia), vengono erogati a prezzi “politici[19], addirittura spesso inferiori ai prezzi di produzione. Ma allora come devono essere valutati?  Bene, qui si opera un artifizio, una finzione che -come tutti possono agevolmente comprendere– falsa ancora una volta i dati del Pil: si suppone, infatti, che il valore della produzione dei beni e servizi collettivi sia uguale alla somma dei costi sostenuti, tralasciando tanto per capirci almeno i costi del reintegro del capitale fisico e finanziario!

L’inclusione dei servizi collettivi crea, pertanto, la prima seria problematicità nel calcolo del Pil. Infatti, mentre si suppone che il Pil misuri il valore della produttività, in un settore cruciale –quello della pubblica amministrazione- non abbiamo modo di farlo! Se il governo spende di più ad esempio aumentando gli stipendi dei dipendenti pubblici, l'output aumenta.

Le cose si aggravano considerando che, negli ultimi 60 anni, la percentuale dell'output di governo nel Pil è cresciuta dal 21.4 al 38.6 per cento negli Stati Uniti, dal 27.6 al 52.7 per cento in Francia, dal 34.2 al 47.6 per cento nel Regno Unito e dal 30.4 al 44.0 per cento in Germania [20]. Ne consegue che quello che negli anni passati poteva essere considerato un problema relativamente secondario è diventato adesso un complicazione di primaria importanza, capace senza dubbio di ridurre la significatività del Pil.

Tale riflessione sulla valutazione delle sole merci e servizi che abbiano un prezzo, evidenzia un’altra questione, non irrilevante che riguarda i beni e servizi utilizzati nell’autoconsumo [21]. Spieghiamoci meglio con un esempio: il lavoro della collaboratrice familiare (se regolarmente retribuita) è contato nel Pil, ma se lo stesso servizio è reso da un componente del nucleo familiare il suo valore non viene conteggiato nel Pil.

Il PIL esclude dunque  anche il prodotto del lavoro non remunerato: in parte perché anch’esso mal documentato, ma soprattutto perché il PIL nasce segnato dalla Grande depressione, dal timore della disoccupazione di massa, dunque dall’interesse per la produzione che “crea lavoro” (remunerato). Esso, come detto, trascura il prodotto delle massaie, con il risultato, segnalato da tutti i libri di testo, che il PIL di un paese si riduce se uno scapolo sposa, e smette dunque di pagare come dipendente, la donna che si occupa delle sue faccende di casa.

Ancor più significativo è il fatto che, se una madre smette di accudire i figli e paga un’altra persona per farlo al posto suo, il PIL aumenta perché conta il prodotto del lavoro – attivato – della seconda, e non quello del lavoro – dismesso – della prima. Tanto minore è la quota del lavoro delle donne mediata dal mercato del lavoro, tanto maggiore è la quota del prodotto complessivo trascurata dal PIL: a parità di prodotto effettivo sarà più alto il PIL dove maggiore è il “tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro” (locuzione consolidata che implicitamente tratta le massaie come non lavoratrici, dimostrando che se le misure non nascono da concetti chiari, finiscono per oscurare i concetti stessi). Proprio perché mirata a servire le politiche anticicliche, di sostegno all’occupazione, la contabilità nazionale considera la produzione del mercato e dello Stato, ma non quella delle famiglie: eppure mercato, Stato e famiglie sono istituzioni alternative per organizzare la produzione, ognuna con i suoi vantaggi e svantaggi, ognuna dunque con il suo ambito naturale, ognuna “economica” quanto le altre.

Sarebbe utile pur notare l’influenza positiva dei flussi dei lavoratori immigrati sulla crescita del PIL.  Tali lavoratori,  anche con la loro sola presenza sul mercato del lavoro,  fanno nascere o svilupparsi i segmenti del mercato, quali in altri condizioni non si sarebbero sviluppati affatto (basta pensare alla larga fascia di colf e badanti).

Peraltro, pensare ai lavoratori immigrati solo come  popolazione di colf e badanti è davvero  molto limitante: per esempio, nel 2009,  il 9,7 % del PIL italiano proviene dal lavoro dipendente ed autonomo di queste persone[22].

Ma allora le conseguenze sono anche qui dirimenti: una notevole parte dell’attività economica non è computata nel Pil! 

E le questioni non si esauriscono qui e, spingendoci più in dettaglio, potremmo addirittura distinguere le transazioni che non rientrano nel Pil in due tipologie: un primo tipo rappresentato da transazioni che, pur non essendo strettamente illegali, violano la legislazione legale, come i lavori retribuiti in contanti, mance, lavoro svolto da immigrati irregolari, riparazioni domestiche  etc., ovvero, in definitiva, le attività produttive svolte “in nero” e che costituiscono l’economia sommersa.

Dette attività sono stimate ed incluse nel Pil, con un procedimento che, pur con le modalità di scientificità che racchiude tale attività è, tuttavia, sempre fatto da stime e da congetture. 

Un secondo genere, invece, è rappresentato da transazioni illegali quali spaccio di droga, prostituzione[23], estorsioni, etc. ed altre attività sommerse sono correlate all’elusione ed evasione delle imposte. Le transazioni illegali sono escluse in linea di principio dal calcolo del Pil (ed infatti un altro termine utilizzato in riferimento a questi prodotti è  quello di "economia sommersa"[24] per sottolineare come il ciclo di produzione e vendita di questi prodotti non contribuiscono al progresso dell'Economia di uno Stato). Alcuni economisti ritengono possibile ed utile una stima dell’economia sommersa. [25] 

Un calcolo approssimativo può essere fatto rapportando il circolante con i depositi: poiché le transazioni irregolari vengono di norma pagate in contanti, si suppone che tale rapporto sia tanto maggiore quanto più grande sia la quota di economia sommersa. Nel complesso, alcune stime indicano che il 30% del Pil Italiano e il 10% di quello Statunitense non è misurato dalla contabilità ufficiale. Il problema principale nel calcolo del valore dell’economia sommersa è che questa non rimane costante nel tempo: se ad esempio fosse una % costante del Pil, non ci sarebbero grossi problemi nel determinarne l’entità. Cosi ragionando, secondo alcuni studiosi, ad esempio, la lenta crescita dell’economia “ufficiale” italiana negli anni ’70 è stata in qualche modo controbilanciata dall’esplosione dell’economia sommersa.

Veniamo ad oggi.  Il 2014 segna il passaggio ''ad una nuova versione delle regole di contabilità'', tanto in Italia come in gran parte dei paesi Ue[26].  Le modifiche, come l'Istat si è premurato di spiegare, riguarda sia le spese per ricerca e sviluppo che saranno considerate investimenti e non più costi, che l'inserimento delle attività illegali come ''traffico di sostanze stupefacenti, servizi della prostituzione e contrabbando (di sigarette o alcol)''.  Si tratta di una novità che rientra nelle modifiche condivise a livello europeo e connesse, evidenzia l'Istat, al ''necessario superamento di riserve relative all'applicazione omogenea tra paesi Ue degli standard già esistenti''[27].

Nello specifico, tra le riserve trasversali avanzate la più importante riguarda l'inserimento nei conti delle attività illegali, che già il precedente sistema dei conti nazionali, datato 1995, aveva previsto,  in ottemperanza al principio secondo il quale le stime devono essere esaustive, cioè comprendere tutte le attività che producono reddito, indipendentemente dal loro status giuridico,  per dare un accurato quadro dei consumi e del Pil [28].

E’ a tutti noto che le fasi dell’economia sono descritte in termini di variazioni di Pil nel tempo: in particolare, è boom, quando  il Pil cresce a ritmi elevatissimi; siamo invece in espansione quando il Pil cresce in maniera sostenuta; in stagnazione se il Pil è stazionario (abbastanza costante); Recessione, infine, quando il Pil diminuisce. [29] Solitamente l’economia (e di conseguenza il Pil) ha un andamento ciclico: ad una fase di espansione, si passa alla stagnazione e poi si ha una fase di recessione[30]. Tuttavia, a bene vedere anche quello che appare come un semplice raffronto nel tempo di una misura necessita, quando oggetto della misura è un dato complesso come il Pil, del chiarimento preliminare, di alcune problematiche di non poco conto; infatti, nel tempo del Pil  possono variare sia le quantità prodotte di ogni bene (o servizio offerto), che il loro prezzo (unita di misura su cui è calcolato il valore dei beni e dei servizi), oppure, può accadere che alcuni beni (o servizi) escano di produzione e vengano rimpiazzati (o meno) da altri.

Come fare allora per sapere quanta parte della variazione del Pil è dovuta alle quantità e quanta ai prezzi [31]? Non solo, il Pil è spesso calcolato partendo da dati provvisori (es. sul “Bollettino mensile di statistica” [32]), e quindi le stime vengono progressivamente rivedute dagli istituti di statistica e questo complica ancora di più i calcoli.

La valutazione del Pil viene normalmente fatta a prezzi correnti (quelli dell’anno in corso) e nel qual caso si parla di nominale o a prezzi costanti (quelli di un anno-base preso a riferimento) e allora, si parla di Pil reale; cosi facendo moltiplicando il rapporto fra il Pil dell’anno in corso e quello dell’anno-base (valutati entrambi a prezzi costanti)  si ottiene il numero indice % delle quantità[33]. Si utilizzano, pertanto, dei numeri indice che danno una soluzione approssimata del problema.  Ma facciamo un esempio per capirci meglio.

Premesso che il 1995 costituisce attualmente l'anno base nella misurazione del reddito reale dell'Italia, il Pil reale (e nominale) in Italia era di 81.145 milioni di Euro nel 1995 e di 88.205 milioni di euro nel 2005 (reale perché il valore è espresso in lire del 1995 convertite in euro). Il Pil reale è cresciuto in 10 anni ad un tasso medio dello 0,87%, (88205/81145*100-100/10). E’ evidente che con il Pil nominale (ovvero se i valori fossero tutti a prezzi correnti) il confronto anno su anno non avrebbe alcun senso[34].

Ma perché il Pil nominale è cresciuto più velocemente del Pil reale ed, in secondo luogo, dei fattori che determinano la crescita del Pil reale? La differenza tra i tassi di crescita del Pil reale e nominale dipende dal fatto che i prezzi dei beni prodotti nell'economia mutano nel tempo. Il Pil reale calcola il valore dei beni prodotti sulla base dei prezzi esistenti nell’anno base (il 1995 in questo caso), mentre il Pil nominale valuta i beni ai prezzi del periodo in cui sono stati prodotti.  Poiché i prezzi di quasi tutti i beni sono saliti, il Pil nominale è cresciuto più velocemente del Pil reale. Gli aumenti dei prezzi, ossia l'inflazione, spiegano la differenza tra i tassi di crescita del Pil reale e del Pil nominale.

Veniamo ora alle determinanti nella variazione del Pil reale di un Paese nel tempo.

La prima osservazione che va fatta è che la causa delle variazioni del Pil reale sta nel fatto che l’ammontare delle risorse disponibili nell'economia (lavoro e beni capitali) può mutare. La forza lavoro, costituita dagli occupati e da color che sono in cerca di occupazione, se cresce nel tempo rende possibile una maggiore produzione, così, allo stesso modo lo stock di capitale, inclusi gli edifici e le macchine, se aumenta nel tempo consente una crescita della produzione. Gli incrementi nella disponibilità dei fattori della produzione, il lavoro e il capitale utilizzati nella produzione di beni e servizi, spiegano così, in parte, l'aumento del Pil reale. La seconda causa di variazione sta in una modifica dell'impiego delle risorse date, disponibili per la produzione in quanto non tutto il capitale e la forza lavoro disponibili sono sempre effettivamente utilizzati. Nel 1995, in Italia per esempio, una riduzione dell’occupazione, ossia un aumento della disoccupazione, si manifestò in un abbassamento del Pil reale.  Dati i fattori della produzione, quindi, variazioni della loro utilizzazione fanno variare il Pil reale. Una ultima causa di variazione del Pil reale sta nella possibilità di variazioni di efficienza nell'impiego dei fattori della produzione. Gli stessi fattori possono produrre nel tempo quantità maggiori. Tali aumenti di efficienza produttiva derivano da mutamenti nelle conoscenze, incluso l'apprendimento tramite l'esperienza, ossia quella migliore esecuzione degli stessi compiti ottenuta appunto tramite l'esperienza, o grazie allo sviluppo tecnologico.

Se passiamo, poi a comparare i Pil di Paesi diversi, occorre osservare che innanzitutto non è possibile confrontare direttamente il prodotto fra più Paesi, ma per isolare l’influenza della popolazione sul confronto, bisogna calcolare il Pil pro capite, ovvero dividerlo per il numero degli individui. Dal rapporto scaturisce (pil reale/popolazione) si ottiene il valore medio della ricchezza prodotta da ogni singolo individuo. Dato il PIL italiano del 2005 e del 1995 e la popolazione italiana rispettiva, otteniamo il PIL reale pro capite, che è stato pari a 18.920 euro nel 1995 ed a 20.341 euro nel 2005: vale a dire, il valore medio per individuo della produzione ottenuta nell'economia italiana nel 2005 è stato di 20.341 euro.

Peraltro, nel calcolo del Pil ogni singolo Paese adotta particolari criteri per la valutazione di Prodotto, che conseguentemente minano un reale confronto delle performance degli Stati.  Un ulteriore  problema  che si pone fa riferimento al tasso di cambio da adottare per rendere omogenei i dati: convertire tutti i dati in un'unica valuta (solitamente in dollari americani) secondo il tasso di cambio nominale può essere fuorviante, in quanto esso solitamente riflette, oltre a quelli reali, aspetti speculativi dell’economia. Ad esempio, il tasso di cambio certo per incerto di un PVS [35] può essere artificialmente gonfiato da ondate speculative sul mercato internazionale delle valute. Un tasso di cambio come la Parità dei Poteri d’Acquisto (PPP) potrebbe essere più adeguata, tuttavia il calcolo della stessa PPP è assai problematico. Inoltre, in un Paese potrebbero esserci prodotti che non esistono in un altro  e viceversa.

Fino ad ora abbiamo cercato di spiegare cosa sia in realtà il Pil e come si arriva ad farne un calcolo, che abbiamo visto molto come sia in realtà molto più approssimativo di quello che in prima approssimazione possa sembrare. Tuttavia, se preso come parametro di misura della produzione, tale valore, può considerarsi sufficientemente esplicativo di quello che il Paese ha generato in termini di beni e servizi in un anno: più produzione significa che si è generato più reddito e quindi che è possibile una maggiore spesa.

La questione, invero, si complica quando da tale valore vogliano ottenersi informazioni ulteriori e non proprie quali il progresso o meno del Paese. Penso  ad esempio alla questione del benessere di un Paese misurato dal Pil pro capite. Tale valore non ci informa, tuttavia, di come la ricchezza sia concentrata. A tal fine, si usa fare il rapporto fra il 10% della popolazione più ricca ed il 10% della popolazione più povera, ottenendo,  in questo modo, un indice della polarizzazione dei redditi[36]. All’aumentare di questo valore (rapporto), aumenterà anche la disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Non è questo, tuttavia, l’unico modo di ottenere informazioni più serie del benessere di un paese. Un altro strumento utile è costituito dalla curva di Lorenz[37], che mette, invece, in evidenza la quota di reddito posseduta da fasce via via crescenti di popolazione. Se il reddito fosse distribuito in maniera uniforme, la curva coinciderebbe con la retta a 45° uscente dall’origine.

Poiché, invece, la distribuzione effettiva dei redditi implica sempre qualche disuguaglianza, la curva assume una forma concava. All’aumentare della difformità della distribuzione, aumenterà anche la concavità[38].

Benché l’introduzione del Pil pro-capite elimini l’influenza della numerosità della popolazione sul Pil e dia in un certo modo una misura più accurata della ricchezza degli abitanti di una nazione, nulla ci  dice su come realmente il Prodotto Nazionale sia effettivamente suddiviso fra di essi.

Infatti il reddito mediano (che bipartisce la popolazione in 2 parti uguali) non coincide col reddito medio. Ad esempio nei Paesi dell’UE la quota di reddito nazionale appartenente al 10% più povero della popolazione si aggira attorno al 3%, mentre quella del 10% più ricco supera il 20% e nei PVS queste differenze sono notevolmente più marcate[39].

Ciò significa che vi sono diseguaglianze in crescita tra i guadagni medi (intermedi) ed il guadagno medio (ossia quello della persona «media», i cui redditi si collocano a metà nella scala di distribuzione dei guadagni). In definitiva se un gruppetto di banchieri si arricchisce, il guadagno medio può salire, anche se la maggior parte dei guadagni individuali scende. Pertanto, le statistiche del Pil pro-capite possono non riflettere correttamente ciò che la maggior parte dei cittadini sperimenta.

Ma tutti questi calcoli a cosa portano? 

Bene, è ora di riportare il discorso al punto in cui eravamo partiti nel senso che se si vuole misurare quanto si sia prodotto, il Pil – pur con accorgimenti e molte precauzioni – può essere uno strumento utile per comprendere come si produca e si distribuisca la ricchezza di un Paese?

Bello, a nostro parere l’esempio di Gertner in un articolo pubblicato su l’internazionale[40].  Scrive il valente autore:  “Immaginiamo il prodotto interno lordo come due persone, signor pil alto e signor pil basso. Il signor pil alto lavora, guadagna e spende molto: va spesso al ristorante, paga una baby sitter per i figli e una casa di riposo per i genitori, ha un televisore con un megaschermo, una macchina potente e una grande villa con un moderno sistema di climatizzazione. Il signor pil basso invece usa i mezzi pubblici o va a piedi, sta spesso con i figli, ha un televisore senza megaschermo e vive in un appartamento”. “In base agli standard moderni”, spiega Gertner, “il signor pil alto vale di più per il suo paese”. Ma non si può dire che viva meglio, perché fa una vita sedentaria e stressante, segue una pessima dieta e consuma troppo, contribuendo “a una serie di mali sociali e ambientali”.

Il  tema non è affatto nuovo e moltissime sono le pubblicazioni al riguardo[41], cosi come molte sono state le proposte per l’individuazione di modalità alternative nella misura della crescita economica di un paese[42].

Rinviando per completezza di trattazione al c.d. “Rapporto sullo sviluppo umano [43]”, pubblicazione edita annualmente dalle Nazioni Unite nell'ambito del Programma di Sviluppo,  si evidenzia che vengono proposti come indici del malessere di un paese la disuguaglianza di reddito, il tasso di disoccupazione ed il livello di emissione di Co2 derivante dalla combustione di carburante, elementi segnaletici certo, ma sicuramente opinabili quanto lo stesso Pil.

Non sono esenti da critiche anche altri indici proposti quale l’indice di sostenibilità ambientale[44] (EPI) e l’indice di felicità[45] sviluppato dalla New Economics foundation di Londra.

Per tutti vale un’unica critica: sono valori troppo complessi da calcolare  e con troppi margini di ambiguità ed opinabilità  rispetto al naturale sostituto il tanto criticato  Pil che come ha ben detto Gertner “è una cifra che comprime una grandezza immensa come l’economia di una nazione in unico dato”.  Ed il fatto è che tutta la scienza economica da Keyens[46] in poi (con pochissime eccezioni) è costruita su come si determina  un livello dato di Produzione.

Ma è davvero questo il punto? La finalità dell’economia è lo studio del Pil, ovvero occorre fare un passo in più e occuparci del benessere. Nel suo bel libro “The Economics of Welfare”, 1932, Pigou risolve il problema dell’economia del benessere nella determinazione della capacità produttiva e redistributiva del sistema nel suo complesso, con l'obiettivo di determinare la massimizzazione del benessere della comunità tutta.

Più penetrante, a nostro avviso, l’analisi dell’economista rumeno Georgescu-Roegen[47]. Partendo dall’idea che anche la scienza economica, debba tener conto della ineluttabilità delle leggi della fisica - ed in particolare del secondo principio della termodinamica[48] - secondo il quale occorre ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell'entropia ed in generale i vincoli ecologici.

La critica alla misurazione del benessere di una economica rispetto al Pil, non è un mero esercizio filosofico. Essa, infatti, si porta appresso il giudizio sulla accettazione di mercati concorrenziali come fattore di crescita economica. Se, infatti, la crescita di una economia non  è  più misurata dalla quantità e dal prezzo dei beni e servizi scambiati sul mercato,  anche lo strumento cardine per stimolare le imprese e gli individui a produrre di più ritenersi utile o sufficiente allo scopo, atteso che ciò che deve aumentare non è il solo consumo di beni e servizi oggetto di scambio sul mercato.

Ma vediamo di approfondire la questione sollevata. Si dice che l’economia sia spietata e che si sviluppa seguendo il metodo della selezione naturale. Le aziende vivono in un contesto di forte concorrenza e la maggioranza degli economisti concorda sul fatto che tale situazione sia il migliore possibile per il loro sviluppo e per il sistema economico.

Una selezione feroce, infatti, permetterebbe rapide impennate ed altrettanto veloci cadute di fortuna e consentirebbe, attraverso la creazione di nuovi prodotti (come, ad esempio, con l’iPad per la Apple), di sviluppare  mercati che prima non esistevano affatto[49]. In tal modo la quantità della torta (ovvero il prodotto nazionale) cresce sempre ed il risultato è un beneficio all’intera economia; detto in altre parole, ci sarebbe una comprovata relazione positiva tra concorrenza e crescita della produttività, sia per la pressione che la concorrenza esercita sui manager delle imprese ad incrementare l’efficienza gestionale, sia perché aiuta le imprese più capaci a guadagnare quote di mercato e spinge quelle improduttive fuori dal mercato, innalzando così l’efficienza media dell’insieme delle imprese operanti.

Per rafforzare la loro tesi, si evoca il paragone con il mondo delle specie viventi, e cioè col meccanismo della selezione naturale, motore fondamentale dell’evoluzione, intuito da grande naturalista inglese Charles Robert Darwin (1809-1882).

Tuttavia, su questo aspetto, la recente crisi finanziaria e, soprattutto, gli enormi squilibri nella distribuzione della ricchezza che registriamo hanno aumentato i dubbi sul fatto che, affidandoci ai c.d. “spiriti animali”[50],  il mercato riesca sempre a trovare  un punto di equilibrio che  questo sia, addirittura  il migliore possibile.

Peraltro, la richiamata evocazione delle leggi di natura,  fa venire il sospetto che, chi sostenga questa tesi , in realtà non abbia mai letto sino in fondo Darwin.  La storia del naturalista inglese ha inizio con un viaggio. Il 21 dicembre 1831, Charles Robert si imbarca sul brigantino Beatle per un viaggio sulle coste del Sud America del mondo, durato cinque anni.  In particolare, nelle isole Galapagos, egli studia le trasformazioni che alcune tartarughe subivano, nei vari isolotti, per adattarsi alle diverse condizioni ambientali. Da qui, Darwin sviluppa la tesi sull’evoluzione dei vegetali ed animali come risposta adattiva e selettiva alle provocazioni ambientali. Tornato in Inghilterra, si dedica a riordinare il materiale raccolto dando vita alla sua opera più famosa, “L’origine della specie”, che appare nel 1859, ottenendo subito uno strepitoso successo. Nel frattempo anche altri studiosi stanno viaggiando alla scoperta ed alla raccolta di nuove specie. Tra questi, Alfred Wallace, che prima in Brasile e poi nell’arcipelago Malese ha l’occasione di compiere osservazioni simili a quelle di Darwin ed a giungere a simili conclusioni[51] .

Ma se ci concentriamo sulla teoria evolutiva, osserviamo che essa, in definitiva,  si fonda su una serie di semplici principi.

Cosi come l’uomo fa per le piante e gli animali, producendo gradualmente le varietà più utili ai suoi bisogni - i coltivatori e gli allevatori ad esempio ottengono l’evoluzione dei vegetali ed animali per selezione artificiale da esemplari inferiori - la natura può farlo su scala più vasta, determinando, in modo selettivo, la sopravvivenza dei soggetti più adatti.  Negli esseri viventi (vegetali ed animali), lungo il corso del tempo, si verificano, sotto l’influsso delle condizioni ambientali, piccole variazioni organiche. Esse sono funzionali all’adattamento individuo-ambiente e quindi vantaggiose per i soggetti che riescono a svilupparle.

Tali trasformazioni, accumulate e trasmesse per eredità ad altri individui, perfezionano lentamente gli organismi fino a determinare il loro passaggio da una specie all’altra. Solo gli individui “adatti” o “forti”, cioè capaci di interagire con l’ambiente e di trasformarsi, possono, di conseguenza, sopravvivere. Gli altri, invece, “non-adatti” o “deboli” sono condannati all’estinzione[52] 

Tuttavia, il processo evolutivo ha nella lotta per la sopravvivenza solo uno dei caratteri ed il meccanismo della competizione coesiste con un altro di ben più ampia portata, ovvero, quello che oggi chiamiamo della biodiversità. Cosi scrive C.R. Darwin nel 1859 nel suo “L'origine delle specie”: “La conservazione delle differenze e variazioni individuali favorevoli e la distruzione di quelle nocive sono state da me chiamate "selezione naturale" o "sopravvivenza del più adatto". Le variazioni che non sono né utili né nocive non saranno influenzate dalla selezione naturale, e rimarranno allo stato di elementi fluttuanti, come si può osservare in certe specie polimorfe, o infine, si fisseranno, per cause dipendenti dalla natura dell'organismo e da quella delle condizioni”.

La biodiversità indica, astrattamente, una misura della varietà di specie animali e vegetali che nasce da un processo evolutivo che da oltre tre miliardi di anni permette alla vita di adattarsi al variare delle condizioni sulla terra e che deve continuare a operare affinché  questa possa ancora ospitare forme di vita in futuro. La diversità della vita sulla terra è costituita dall'insieme degli esseri viventi che popolano il Pianeta. La biodiversità non è solo il risultato dei processi evolutivi, ma anche il serbatoio da cui attinge l'evoluzione per attuare tutte le modificazioni genetiche e morfologiche che originano nuove specie viventi. Per cui la teoria della selezione naturale trae immediato fondamento dalla biodiversità presente nella natura.

Bene, a nostro avvivo anche l’economia non sfugge a questa regola ed il modello della competizione funziona solo a piccole dosi.

Infatti, come ben sa chi si occupa di scienze naturali, che una forte pressione della selezione induce un fenomeno che porta addirittura alla modifica dei caratteri delle specie che sopravvivono.

In altri termini una selezione naturale distruttrice,  opera esaltando i minus e plus varianti contemporaneamente, eliminando o riducendo drasticamente il valore modale, ovvero, quel valore che, in una serie con valori discreti, ha la massima frequenza.

Ma quali conseguenze ha questo nell’interpretazione delle politiche economiche?

Mi spiego  con un esempio. Se la logica è quella di vendere beni al minor costo possibile, e la minimizzazione del costo porta,  alcuni paesi disponibili a non garantire un livello di salario minimo capace di garantire una vita dignitosa al lavoratore, sopravvivranno solo le imprese che potranno agevolmente approfittare di tale disciplina più favorevole alla minimizzazione dei costi. Chi garantisce un salario giusto non potrà portare avanti la produzione. Risultato: l’azienda che agisce rispettando la dignità del lavoratore perisce, ovvero, in altri termini, il sistema, se eccessivamente liberalizzato, non è capace di garantire la selezione dei soggetti che rispettano proprio quelle regole che il sistema stesso ha generato; privilegiando le imprese che, non rispettando le regole, diventano “specie dominante” mentre gli altri vengo esclusi dal sistema. 

Com’è facilmente intuibile, in presenza di una competizione internazionale con imprese che non rispettano le nostre regole, non è affatto detto che coloro che vincano la guerra della selezione naturale siano, effettivamente, i soggetti migliori per la società.

Ritornando all’idea di partenza si perdono, nella lotta economica come nell’ipotesi di una troppo spinta selezione alcune caratteristiche della razza umana che e hanno permesso la conservazione e lo sviluppo fino ad oggi.

E’ generale convinzione che preservare nell’ambiente la biodiversità  sia utile all’uomo in quanto ogni specie offre qualche genere di funzione ad un ecosistema. Così, Edward O. Wilson  nel descrivere l’importanza della biodiversità ebbe a scrivere nel 1992: “la biodiversitè est l'une des più grandes richesses de la planète, et pourtant la moins reconnue comme telle”[53] 

Qual è l’effettivo contributo?

Ricordiamo l’apporto di tante specie animali e vegetali a catturare energia sotto varie forme (produrre materiale organico, decomporre materiale organico), o anche la partecipazione  al sistema idrico e nutritivo dell’ecosistema (controllo all’erosione o ad altre forme di degrado, ovvero di riparo dall’inquinamento atmosferico, o regolamentazione del clima), o anche come il concorso  al miglioramento delle produzione (fertilità di suolo, impollinazione delle piante, decomposizione dei residui vegetali e animali...) ovvero, in quanto capace di purificare l’aria e acqua, stabilizzare e moderare il clima, e controllare degli effetti delle acque piovane, della siccità e di altri disastri ambientali.

In definitiva, più diverso è un ecosistema e più esso è resistente agli stress ambientali. La perdita di una specie provoca sempre un calo nell'abilità del sistema di mantenersi o recuperare in caso di degrado. Per tutte le creature umane, la biodiversità è comunque una risorsa per la vita quotidiana.

Ed in economia? Una eccessiva pressione concorrenziale non opportunamente regolata ed incanalata, unitamente all’affermarsi di grandi imprese multinazionali a scapito delle imprese locali, uccide la diversità dei prodotti tipici frutto della cultura, della tradizione e della storia delle singole Nazioni[54].

Questa lunga premessa può forse aiutare a capire il perché il nostro bel Paese, sempre criticato, è riuscito, finora, ad attutire gli effetti della crisi. Nella terra dei “cento campanili” esistono, fortunatamente, ancora forze non omologate che riescono a trovare spazi,  che nei grandi paesi totalizzanti vengono, invece, mortificate. Ne consegue che dobbiamo, assolutamente, difendere la nostra “biodiversità”, soprattutto nei campo di eccellenza quale quello agroalimentare e culturale. 

Peraltro, le infinite relazioni che si creano tra gli individui, non sembra si sottraggano a leggi di massa che la sociologia sta studiano e di cui l’economia non può non tenere conto[55].

Alla fine della lunga discussione mi permetterete una rapida conclusione. Secondo noi, l’enorme discussione intorno al Pil ha anche un altro aspetto di cui dovremmo tutti tenere conto; Siamo tutti un po’ innamorati della semplicità che i numeri esprimono ed il Pil ha questo grande vantaggio.

Ma il mondo economico, come aspetto dell’attività umana, è sola una parte – importante ma frammento di un complesso meccanismo. La comprensione dell’attività economica e del suo funzionamento non può esimersi dal tener conto della difficoltà di esprimere con equazioni semplici le infinite variabili.

Pertanto va  accettata la fallibilità dell’attuale impostazione della scienza economica, consci che occorre fare un grande sforzo per spingersi oltre. Peraltro, il cammino della scienza verso la verità  è fatto con approssimazioni successive e cosi è anche per l’economia.  Morale? ci terremo il Pil ancora per molto tempo!

 

Dott. Enea Franza, Responsabile Ufficio Camera Conciliazione ed Arbitrato-Consob.

Dott.ssa Elena Repman

 

[1] Edizioni di Comunità, Milano 1998

[2] Richard Mark Sainsbury, Paradoxes, Cambrige University Press, 1995

[3] Per sostenere la crescita del PIL in 2007, il sistema bancario ha cominciato a concedere i mutui anche ai clienti ninjia (acronimo dalla definizione inglese No Income, No Job, No Assets, cioè, niente reddito, niente lavoro, niente proprietà).

[4] Adam Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, 1776

[5] Leggasi in materia, “I limiti dello sviluppo”, redatto già nel lontano 1972 dal Club di Roma (titolo originale: “Limits to growth” – “I limiti della crescita”) e il recente “Happy Planet Index”, studio internazionale realizzato dalla londinese New Economics Foundation

[6] Anche senza riferirsi agli atti criminali,  e riferendosi alle attività di speculazione immobiliare, l’esempio più visibile è il quartiere Corviale (“Il Serpentone”).  Come il risultato vediamo, tuttavia, ne è nato un quartiere-fantasma, dove la forma stessa di palazzina ha influenza fortissima sullo stato psicofisico e sulla vita delle persone che ci abitano. Ricordiamo che la creazione del progetto di ristrutturazione del quartiere, di trasformazione in luogo molto più bello da tutti i punti di visto, economicamente pure,  ha dato fama internazionale all’architetto Ettore Maria Mazzola, il progetto pero rimane sempre solo sulla carta.

[7] Le esternalità negative si hanno quando il soggetto responsabile di impatti negativi non corrisponde al danneggiato un prezzo pari al danno/costo subito (ad esempio un agricoltore che utilizza prodotti chimici che si diffondono nell'ambiente).

[8] Il "teorema" di Coase, frutto degli studi di Ronald H. Coase che lo pubblicò nel 1960 nell'articolo The Problem of Social Cost che gli valse il Premio Nobel per l'economia nel 1991

[9] Si veda in particolare il terzo ed il quinto libro della repubblica di Platone, dove a proposito dei Guardiani della città, ovvero, dei guerrieri posti a difesa della città dove il le condizioni di vita, ispirate ad un rigoroso collettivismo, con la comunione dei beni e degli affetti, è alla base di una vita interamente dedicata al bene comune, ovvero, in Aristotele, Politica, nelle pagine dedicate alla  crematistica, l’arte che produce beni.

[10] Si parla in merito di“l’economia curtense”, si veda al riguardo: Il Medioevo – Barbari, Cristiani e Mussulmani, a cura di Umberto Eco, Feltrinelli, 2010

[11] John Fitzgerald Kennedy, La nuova frontiera, Scritti e discorsi (1958-1963), Danzelli Editore Roma, 2009.

[12] Il 19 e 20 novembre 2007.

[13] http://ec.europa.eu/environment/beyond_gdp/index_en.html 

[14] Le cinque azioni che la Commissione ha predisposto nella comunicazione per superare il PIL: nel 2010 verrà presentata una versione pilota di un indice ambientale che includerà aspetti quali le emissioni di gas serra, il deterioramento del paesaggio naturale, l’inquinamento atmosferico, l’utilizzo dell’acqua e la produzione di rifiuti; intensificare gli sforzi miranti a produrre più rapidamente i dati ambientali e sociali. Attualmente i dati sono spesso pubblicati a distanza di due o tre anni, mentre i dati economici essenziali sono diffusi entro poche settimane. relazioni più accurate su distribuzione e diseguaglianze consentiranno una migliore definizione delle politiche in materia di coesione sociale ed economica; la Commissione svilupperà una tabella europea di valutazione dello sviluppo sostenibile per permettere di determinare le tendenze ambientali e il benchmarking delle migliori pratiche. La tabella di valutazione sarà basata su un insieme già esistente di indicatori dello sviluppo sostenibile; La Commissione lavora all'integrazione del PIL e dei conti nazionali, che presentano la produzione, il reddito e la spesa nell'economia, con una contabilità ambientale e sociale

[15] Il PIL misura il risultato finale dell’attività produttiva dei residenti di un Paese in un dato periodo. Escludendo la produzione all’interno del Paese da parte degli operatori esteri, e aggiungendo quella all’estero degli operatori nazionali, si ottiene il PNL (Prodotto Nazionale Lordo). La differenza tra Pil e Pnl è una misura importante della dipendenza dall’estero..

[16] Come risulta dal semplice calcolo che segue: (0,10€X20+0,25€X 60=17€)

[17] Vedi il sito di borsa italiana www.borsaitaliana.it, Che cos’è il PIL, le metodologie di calcolo, 25.05.2007

[18] L’acquisto di vecchi immobili non è una spesa registrata nel Pil, ma rappresenta un impiego della ricchezza di famiglie e imprese

[19] Tali prezzi sono correlati a servizi che, per ragioni di politica “sociale”, non sono connessi a valutazioni di convenienza economica particolare dell’azienda pubblica che li eroga, bensì a valutazioni di convenienza/opportunità per la comunità. Essi non sono necessariamente inferiori al costo

[20] La Repubblica, Il feticismo del prodotto interno, 12.09.2009

[21] Parte della produzione che non viene venduta (o scambiata) ma destinata dai produttori ai consumi propri. (da www.treccani.it Dizionario d’Economia e Finanza, 2012)

[22] Quindicesimo Rapporto sulle migrazioni, Fondazione ISMU, 2009  

[23] C’è una grande polemica sulla questione, visto che, come noto, la prostituzione stessa non è illegale in Italia, mentre lo è il favoreggiamento alla prostituzione; quindi  far pagare le tasse alle prostitute potrebbe far crescere il PIL

[24] Marco Luciano Zurru, L'economia sommersa. Il gioco del formale e dell'informale, FrancoAngeli, Milano 2005

[25] Istat, La misura dell’economia sommersa secondo le statistiche ufficiali, 13.07.2010, L'Istat diffonde le stime aggiornate al 2008 del Pil attribuibile alla parte di economia non osservata costituita dal sommerso economico.

[26] Il sistema europeo di statistica attualmente in uso (ESA 95)  è basato su standard internazionali che includono stime del sommerso nel calcolo del Pil (attività illegali, produttori in nero, evasori, etc) e quindi richiede anch'esso gli stessi dati.  Nel settembre 2014 l’ESA 95 è stato  rimpiazzato da regole aggiornate (ESA 2010).  Tale passaggio implica l’armonizzazione del sistema di analisi delle attività illegali così come concordato dalla Ue nel 2014.

[27] Vedi www.istat.it

[28] In merito, si evidenzia come l'Istat già inserisca nel Pil il sommerso economico, che deriva dall'attività di produzione di beni e servizi che, pur essendo legale, sfugge all'osservazione diretta in quanto connessa al fenomeno della frode fiscale e contributiva. Le ultime stime dedicate risalgono al 2008, e indicano come il valore aggiunto prodotto nell'area del sommerso sia compreso tra un minimo di 255 e un massimo 275 miliardi di euro.  Il peso dell'economia sommersa è quindi stimato tra il 16,3% e il 17,5% del Pil.

[29] Poi arriva la fase di depressione, in cui la produzione ristagna e la disoccupazione si mantiene a livelli elevati; e la fase di ripresa, in cui il PIL inizia nuovamente a crescere.

[30] Quanto alla durata delle fasi, si sono individuati tre modelli principali: ciclo breve di Kitchin, basato sulle variazioni delle scorte e avente durata breve, da 2 a 4 anni; ciclo medio di Juglar, basato sulle variazioni del credito e delle riserve bancarie, di 4-10 anni; ciclo lungo di Kondratiev, di durata nettamente maggiore (50-60 anni).

[31] La stima del Pil potenziale e dell’output gap: analisi di alcune criticità, di Marco Fioramanti, Flavio Padrini e Corrado Pollastri

[32] Vedi www.istat.it 

[33] Il numero indice dei prezzi è invece dato dal rapporto % tra la valutazione del PIL a prezzi correnti e quella a prezzi costanti, e viene chiamato deflatore implicito del PIL. Deflatore implicito = PIL (p correnti) / PIL (p costanti)

[34] Nell'economia italiana il valore del Pil è stato nel 2005 di 88,2 miliardi di Euro (valutato in base ai prezzi del 1995 convertiti in Euro)

[35] Paesi in via di sviluppo

[36] Nel 2012 la maggioranza delle famiglie residenti in Italia (circa il 62 per cento) ha registrato un reddito netto inferiore all’importo medio annuo (29.426 euro, pari a circa 2.452 euro al mese). La diseguaglianza nella distribuzione dei redditi è misurata dall’indice di concentrazione di Gini che, calcolata escludendo dal calcolo i fitti imputati, è pari a 0,324. Dati dal sito noi-italia.istat.it 

[37] La curva, sviluppata da Max O. Lorenz nel 1905 come strumento grafico per l'analisi della distribuzione del reddito, dove sul piano cartesiano si rappresentano sull'ascissa (asse delle x) i Pi, e sull'ordinata (asse delle y) i Qi, cioè le quantità cumulate relative. 

[38] L’area tra la retta e la curva descritta dalla distribuzione effettiva, dà una misura della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi

[39] I dati si possono controllare sul sito ufficiale del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo

[40] Jon Gertner, The New York Times Magazine, "La ricchezza delle nazioni", in Internazionale n. 850 11/17 giugno 2010.

[41] Di recente, nel settembre 2009, dopo 18 mesi di lavoro, la commissione voluta dal presidente francese Nicolas  Sarkozy ed incaricata di studiare modalità di misurazione del benessere di una nazione, ha pubblicato il Rapporto "Misurazione della performance economica e del progresso sociale", vedi la pag. web (http://www.stiglitz-senÖtoussi.fr/documents/rapport_anglais.pdf).

[42] Per esempio, In Italia il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro e l’Istat hanno da poco pubblicato il rapporto Bes, che misura il progresso della società italiana analizzando dodici dimensioni del benessere attraverso 134 indicatori. Il progetto si inquadra nel dibattito internazionale sul “superamento del Pil”, alimentato dalla consapevolezza che i parametri sui quali valutare il progresso di una società non possano essere esclusivamente di carattere economico, ma debbano tenere conto anche delle fondamentali dimensioni sociali e ambientali del benessere, corredate da misure di diseguaglianza e sostenibilità. 

[43] Si veda sul sito degli Human Development Reports, alla pagina web,  http://hdrstats.undp.Org/en/indicators/90406.html .

[44] Indice, sviluppato dalla Yale University e dalla Columbia University in collaborazione con il Forum Economico Mondiale e il Centro comune di ricerca della Commissione europea.

[45] Happy Planet Index, www.happyplanetindex.org 

[46] John Maynard Keynes, 1º barone Keynes di Tilton[1] (Cambridge, 5 giugno 1883Tilton, 21 aprile 1946), è stato un economista britannico, padre della macroeconomia e considerato uno dei più grandi economisti del XX secolo.

I suoi contributi alla teoria economica hanno dato origine alla cosiddetta "rivoluzione keynesiana".

[47] Nicholas Georgescu-Roegen (Costanza, 4 febbraio 1906Nashville, 30 ottobre 1994) è stato un economista rumeno, fondatore della bioeconomia (o economia ecologica) e della decrescita

[48] Alla fine di ogni processo la qualità dell'energia (cioè la possibilità che l'energia possa essere ancora utilizzata da qualcun altro) è sempre peggiore rispetto all'inizio. Ovvero, più semplicemente, che le risorse scarse tendono a essere sempre più scarse.

[49] Per tutti, vedi  John Stuart Mill “I Principles of Political Economy”, del I848.

[50] Con riferimento all'insegnamento di Keynes, G. Akerlof e R. Shiller hanno scritto, nel 2009, il libro “Spiriti animali” .

[51] Wallace, A. R. 1855. On the law which has regulated the introduction of new species. Annals and Magazine of  Natural History, 2nd Series, 16:184–196.

[52] "Gli individui di ciascuna specie, che nascono, sono molto più numerosi di quanti ne possano sopravvivere e quindi la lotta per l’esistenza si ripete di frequente. Ne consegue che qualsiasi vivente, che sia variato sia pur di poco, ma in un senso a lui favorevole nell’ambito delle condizioni di vita, che a loro volta sono complesse e alquanto variabili, avrà maggiori possibilità di sopravvivere e, quindi, sarà selezionato naturalmente. In virtù del possente principio dell’ereditarietà, ciascuna varietà, selezionata in via naturale, tenderà a perpetuare la sua nuova forma modificata" (Darwin, L'origine della specie,1859, p. 43)

[53] La biodiversità è una delle più grandi ricchezze del pianeta e tuttavia la meno riconosciuta come tale. 

[54] Il tema ha inspirato libri e film. Vedasi per tutti “C’è posta per te” con Tom Hanks e Mag Rayan; avvenimenti simili non risultano, tuttavia, nella vita reale altrettanto divertenti come al cinema.

[55] Per una prima introduzione alle problematiche si legga: “Sociologia comparata. Appunti sulle strutture logiche della ricerca sociopolitica”  Di Fabio De Nardis, 2011 e “L’economia come scienza sociale e politica”, Paolo Palazzi, 1996