EDITORIALE

LA CULTURA: OGGI PIU' CHE MAI UNA PRIORITA' ASSOLUTA PER L’UE E PER IL SUO ORDINAMENTO 

 Autore: Claudio De Rose

  

  1. Il lungo oblio dell’Europa unita nei riguardi della cultura.

Per molto tempo l’Europa unita, in particolare l’Unione Europea, presa da altri problemi ritenuti prioritari rispetto alla cultura, ha trascurato quest’ultima, nonostante che, per ideologia d’origine e per esplicita scelta dei suoi Trattati fondamentali, essa rappresenti una sua primaria struttura portante.

Soprattutto negli anni della crisi economica, è sembrato che l’Europa avesse dimenticato due importanti concetti:

  • Il primo è che la cultura non è un’utopia, né un optional dell’individuo singolo,

ma un bisogno reale della convivenza umana, sin dall’epoca delle caverne. Nelle caverne, infatti, si trovano pitture murali contenenti segnali stupefacenti della capacità dell’uomo primitivo di ragionare in senso evoluto e con continuità, in vista del risultato di saperne sempre di più per migliorare se stesso e gli altri.

E chi non ricorda il mito di Prometeo, che aveva scoperto il fuoco, simbolo del sapere e della sua luce che apre la mente dell’uomo a nuove conoscenze e lo indirizza, quindi, al progresso e allo sviluppo materiale e spirituale. Del che – come racconta il mito - gli dei non furono affatto contenti e perciò lo incatenarono ad una roccia, perché non diffondesse la sua scoperta. Ma la cultura non soffre catene nè teme bavagli, né valgono minacce o inganni a fermarne il cammino, sempre però che, come Prometeo e come gli uomini primitivi, ci sia qualcuno che creda in essa e continui a tramandarla, cioè a fare quel che l’espressione “cultura” sostanzialmente significa.

  • Il secondo “ben dell’intelletto” (per dirla con linguaggio dantesco), che l’Europa sembrava aver smarrito, è che la cultura non è affatto un qualcosa di economicamente irrilevante, un mero bene di lusso, riservato a pochi eletti o privilegiati,

come qualcuno, invece, si ostina a credere e a proclamare a destra e a manca, additando la cultura come un bene di per sé privo di valenze economiche ed estraneo a qualsiasi processo di formazione e distribuzione della ricchezza, nonché inutile e  improduttivo ai fini dei processi reali di organizzazione politica e istituzionale. Tutt’al più si ritiene che di detti processi, la cultura, vista come un indistinto sapere comune - basato soprattutto su fondamenta umanistiche, filosofiche ed estetiche -  potrebbe essere stata un’astratta ispiratrice in passato, ma in ogni caso si esclude che oggi possa continuare. Oggi infatti, secondo questo modo di pensare, il sapere astratto servirebbe solo se applicabile in concreto alla scienza e alla tecnologia, oltre che, ovviamente, all’economia e, in certi limiti, al diritto.

E quindi la cultura è oggi spesso guardata come un lusso che si possono permettere in pochi, sognatori, idealisti, o singoli fortunati che hanno tempo da dedicare ad essa.

E’ una concezione errata perché, invece, la cultura è economicamente rilevante, innanzitutto perchè  essa è l’humus e, nello stesso tempo, il principio di ragione da cui prendono le mosse il sapere scientifico ed il sapere tecnologico e le rispettive spinte alla ricerca. E poi perché i beni culturali, artistici, letterari, musicali, ecc. costituiscono un patrimonio inestimabile per i Paesi che ne sono in possesso, ed  anche, se essi li sanno conservare e li sanno valorizzare, un’importante fonte d’entrata per gli stessi.   

                                                 

  1. Il richiamo di Papa Francesco alla continuità della missione culturale dell’Europa.

Un forte richiamo ai valori della cultura ed alla necessità di restituire ad essi la posizione eminente e prioritaria che meritano è stato rivolto all’Europa da Papa Francesco nel suo discorso del 25 novembre 2014 al Consiglio d’Europa, un organismo meno conosciuto dell’Unione europea ma che esiste dal 1949 e si batte, anche attraverso le pronunzie della Corte dei diritti umani, per la difesa e l’affermazione dei valori culturali, religiosi e democratici che i popoli esprimono e si tramandano, uniti pur nelle loro diversità.

  • Il Papa ha fatto ricorso ad una similitudine per indicare all’Europa la necessità di riprendere il cammino della cultura.

In particolare, in un passo del suo discorso, Papa Francesco ha richiamato l’Europa al suo mandato storico e quindi alle sue responsabilità nei riguardi dello sviluppo culturale, ricorrendo alla similitudine tra l’Europa stessa e il pioppo, quale descritto in una poesia di Clemente Rebora, religioso rossiniano, il quale ne ha reso un’immagine di albero dal tronco solido e fermo che attinge linfa vitale dalla sue radici ben profonde, così consentendogli di protendersi verso il cielo con l’articolarsi dei rami e la ricchezza delle fronde. 

Allo stesso modo, ha detto  il Papa, l’Europa, che da secoli è tesa a sviluppare pensiero, cultura e scienza, deve perseverare in questa sua missione ed a tal fine dovrà mantenere solido e compatto il tronco continuando ad attingere alle sue antiche radici e rimanendo dunque fedele ai suoi valori originari.

Ancora una volta, dunque,  Papa Francesco mostra di credere davvero alla sinergia tra fede e ragione, pur senza richiamarsi espressamente alla prima e  senza rivendicare la priorità di una religione  piuttosto che di un’altra tra quelle praticate in Europa.                                                  

Il che rende ancora più importante e sorprendente il discorso del Papa. Un discorso che nobilita l’Europa ma nello stesso tempo la responsabilizza verso il mondo e i suoi problemi, che mettono in forse la convivenza solidale, la sicurezza e la pace.

C’è bisogno, certo, di equilibri economici e sociali e di stabilità nei rapporti tra Stati e al loro interno come c’è urgenza di aiuti alla povertà e alle malattie e di porre fine ai massacri ricorrenti, ma per fare passi avanti in tal senso non servono ed anzi accentuano le difficoltà il ricorso alle armi, le tensioni politico-economiche e monetarie e le oscure manovre dei potentati di vario genere.

  • In realtà, ciò che occorre più di ogni altra cosa e più ancora che in altri momenti della storia

è rendersi conto di di ciò che accade ed affidarsi alla ragione per proseguire nel cammino della civiltà e del progresso. L’Europa deve saper ritrovare il suo ruolo di guida culturale per dire ai suoi popoli e in pari tempo al resto del mondo di non lasciarsi intimorire dalle devastazioni di ogni genere che ci circondano e ci minacciano, e di riprendere insieme il cammino sulla strada indicataci dai grandi del passato, non soltanto europei..

E tra questi vanno annoverati anche quelli appartenenti ad un passato relativamente recente, come coloro che concepirono e sottoscrissero il Manifesto di Ventotene, in cui essi non si limitarono a   sognare l’Europa unita ma ne disegnarono anche le linee fondamentali, basandosi proprio sui suoi valori etici e culturali.

 

  1. I presupposti giuridico-normativi della missione culturale dell’Europa: la svolta impressa dal Trattato di Lisbona del 2007.  

3.1.Tutto quanto si è detto sin ha trovato preciso riscontro giuridico e normativo soltanto nei Trattati di Lisbona del 2007, poiché nelle precedenti fasi del suo processo di integrazione la cultura, come valore utile in sé all’integrazione tra i popoli europei e non come mero strumento per l’approccio alla ricerca e all’approfondimento delle discipline scientifiche, economiche e giuridiche, aveva trovato ben poco spazio.

Ciò è da ricondursi soprattutto al prevalere, nel periodo delle Comunità, della concezione economica dell’integrazione e, nel periodo immediatamente successivo, quello di Maastricht, alla prevalenza data, ai fini del conseguimento dell’obiettivo dell’unificazione, alle motivazioni di ordine politico piuttosto che a quelle di ordine culturale, pur se queste ultime sono state ampiamente presenti nelle tradizioni di tutti gli Stati membri.  

Successivamente, per effetto dell’apertura dell’Europa unita alle problematiche della formazione delle nuove generazioni e soprattutto per effetto dell’allargamento del numero degli Stati da 15 a 27, con conseguente accentuarsi dell’esigenza di  rinvenire punti di convergenza tra i popoli europei nel rispetto delle loro diversità, ci fu una prima riscoperta della rilevanza della cultura.

Ma fu una riscoperta timida, tanto è vero che, negli obiettivi di Lisbona 2000-2010, la cultura continuò a rimanere relegata in una posizione strumentale, in particolare rispetto all’economia,dal momento che veniva considerata uno dei possibili poli di sviluppo di quest’ultima, nel quadro del valore economico della conoscenza.                                                                                                                                                                                                       

3.2. Finalmente, con il Trattato di Lisbona del 2007, che ha istituito l’Unione europea in sostituzione della Comunità europea, c’è stata la grande svolta, più precisamente essa c’è stata con entrambi i Trattati di cui consta quello che, nel linguaggio comune,viene definito come “Trattato di Lisbona”.

Infatti, il tema della cultura è oggetto di particolare attenzione tanto nel Trattato sull’Unione (TUE), che contiene le norme fondamentali e le più importanti affermazioni di principio relative all’Unione da esso istituita, tra cui, all’art.3, quella concernente la cultura, quanto il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), che organizza il funzionamento dell’Unione e determina i settori la delimitazione e le modalità d’esercizio delle sue competenze, che dedica alla cultura l’art.167. 

L’art.1 del TUE, che rientra tra le “Disposizioni fondamentali” di cui al Titolo I del Trattato, dopo avere affermato al par.1 che “L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli” e dopo avere indicato, nei successivi paragrafi 2 e 3, una serie di ambiti fondamentali in cui l’Unione opera ai predetti fini, nel quarto capoverso ne enuncia un altro e si tratta proprio della cultura.

In particolare, l’art.3 recita come segue: “Essa (cioè l’Unione) rispetta la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica e vigila sulla salvaguardia e sullo sviluppo del patrimonio culturale europeo”. Questa affermazione di principio costituisce un importante salto di qualità, perché, a differenza di quanto accaduto di regola in passato nei Trattati comunitari, la norma pattizia non si limita a prescrivere che gli Stati trovino le strade giuste per percorrere un certo cammino, ma fa ben altro, perché intesta all’Unione nel suo insieme i beni e i valori di cui consta la cultura allo specifico scopo che l’Unione stessa li rispetti e vigili sulla loro salvaguardia e sul loro sviluppo.

La norma del Trattato, quindi, non si affida ai singoli Stati per questi compiti bensì all’Unione che, a sua volta,attraverso le sue politiche, le sue azioni e la sue normativa di settore, deve coinvolgere gli Stati membri.

Il rilevante effetto istituzionale che ne scaturisce sta nella qualificazione della diversità culturale e linguistica e del patrimonio culturale europeo come una ricchezza comune, su cui nessuno Stato membro può, dunque, rivendicare privilegi, prerogative o priorità rispetto agli altri, e che, di conseguenza,  nessuno Stato membro può misconoscere o subordinare ad altri valori, se questo non è consentito dalla normativa dell’Unione.

  • In termini di pensiero politico e di spiritualità umanistica, quella dell’art.3 del TUE è dunque un’affermazione che conforta e rassicura sulle sorti dei valori culturali in Europa, e sulla loro valorizzazione.

 

3.3  Ma in termini strettamente istituzionali e politico-economici si può essere altrettanto fiduciosi?

Leggendo l’altra norma cui si è fatto prima riferimento e cioè l’art.167 del TFUE, si sarebbe tentati di dare senza esitazioni una risposta positiva alla domanda. Detto articolo, infatti, sarebbe di per sé pienamente rassicurante, innanzitutto perchè si inscrive, quale unico articolo, in un apposito Titolo del Trattato, il XIII°, intitolato espressamente alla “Cultura” e poi perché ribadisce e rafforza con proposizioni precise gli assunti contenuti nell’art.3 del TUE.

  • Esso dunque costituisce un valido quadro di riferimento per l’individuazione del ruolo della cultura in Europa e per l’attuazione dello stesso. Questo può certamente dirsi sul piano teorico-sistematico, un po’ meno, forse, sul piano delle possibilità concrete di realizzazione delle sue indicazioni, ma nel complesso le sue norme meritano plauso e fiducia e attenzione da parte dalle Istituzioni europee e degli Stati membri

Si riportano qui di seguito i cinque paragrafi di cui si compone l’articolo, con brevi commenti in cui si evidenziano, insieme con gli aspetti positivi, anche le difficoltà di realizzazione delle varie proposizioni normative:

i“ l’L’Unione contribuisce al pieno sviluppo della cultura degli Stati membri nel rispetto delle loro diversità nazionali e regionali, evidenziando nel contempo il retaggio culturale comune”:

  • Appare evidente, anche per quel che si è detto prima, che la norma coglie il segno e la ricetta è quella giusta, ma non è chiaro chi deve dare il “là” e con quali criteri “porre mano all’opra” e anche come risolvere talune  difficoltà che sembrano essere congenite all’assunto.  Si faccia caso, ad esempio, al concetto di “retaggio comune”: è culturalmente e storicamente perfetto, ma, in termini di ideologia politica e di interpretazione giuridica, il concetto appare alquanto vago e controvertibile, in considerazione anche del persistere di oltranzismi culturali e religiosi, oltre che della necessità di non “oscurare” o trascurare valenze culturali di minoranze etniche e linguistiche. Per non parlare delle problematiche che si pongono,  anche in questo campo, per effetto dell’immigrazione, clandestina e non.

         Occorrerebbe, quindi, un puntuale quadro di riferimento da parte dell’’Unione.

 

ii.” L’azione dell’Unione è intesa a incoraggiare la cooperazione tra Stati membri e,se necessario, ad appoggiare e ad integrare l’azione di questi ultimi nei seguenti settori:

- miglioramento della conoscenza e della diffusione della cultura e della storia dei popoli europei;

- conservazione e salvaguardia del patrimonio culturale di importanza europea;

- scambi culturali non commerciali;

- creazione artistica e letteraria, compreso il settore audiovisivo.

  • Notevole il richiamo al concetto di “cooperazione”, una metodologia sempre alquanto difficile a digerirsi nell’universo della cultura, ma che proprio in Europa ha già trovato applicazione con ottimi risultati: si pensi, ad esempio, a quelli conseguiti da Euroimages, organismo facente capo al Consiglio d’Europa, nel settore degli audiovisivi, attraverso la coproduzione di film che si ispirano alla realtà europea.
  • A proposito, poi, del patrimonio culturale europeo o di importanza europea (le due nozioni sostanzialmente si integrano), va ricordata la concezione “dinamica” e non meramente “statica” del patrimonio. In base ad essa, il patrimonio culturale è certamente qualcosa da conservare e salvaguardare ma è anche da accrescere e, soprattutto, da valorizzare, sia  in termini di sensibilizzazione sempre più estesa che di avvicinamento dei beni ai cittadini e soprattutto ai giovani.
  • Soprattutto, non bisognerebbe limitarsi ad aspettarli, come si fa da sempre, né basta fare pubblicità, ma occorre anche promuovere il formarsi di una condivisione consapevole  dei valori contenuti nei beni culturali e delle loro potenzialità, sì  da comprendere non solamente il significato “consolidato”,  che ci viene dall’opera o dal suo autore in rapporto al loro tempo e all’indistinta universalità cui appartengono, ma anche la validità del loro messaggio per il tempo che viviamo e arricchircene.
  • Questo sembra essere il significato,anche giuridicamente rilevante, del “miglioramento della conoscenza e della diffusione della cultura e della storia dei popoli europei” propugnato dalla norma.

iii. L’Unione e gli Stati membri favorscono la cooperazione con i Paesi terzi e le organizzazioni internazionali competenti in materia di cultura, in particolare con il Consiglio d’Europa.

  • Il richiamo al Consiglio d’Europa è validissimo, per quanto già detto a proposito del ruolo di tale organismo nel settore culturale. Per il resto, la disposizione è chiarissima, ma una domanda si impone e con urgenza : che si fa con l’ISIS, che distrugge tutto e, a quanto si dice, va in giro a vendere i “cocci” più preziosi? E, naturalmente, trova sempre chi compra a caro prezzo gli artistici “resti “e ne fa ulteriore mercato. E così, se tutto questo è vero, si finisce per finanziare il terrorismo, anche per questa via.

iiii- L’Unione tiene conto degli aspetti culturali nell’azione che svolge a norma di altre disposìzioni dei Trattati, in particolare ai fini di rispettare e promuovere la diversità delle sue culture.

  • Presa alla lettera, la norma è quanto di meglio si possa sperare e cioè che in qualunque atto normativo o disposizione finanziaria che l’Unione o gli Stati adottino, anche per le attività più prosaiche e materialistiche, quali la raccolta dei rifiuti, la tutela del consumatore, i movimenti di capitale, ecc., occorrerebbe inserire una riserva culturale. Magari  fosse  davvero così, tuttavia sarebbe già parecchio se l’Unione e gli Stati avessero ben presenti, con continuità e senza lunghi periodi di dimenticanza, le esigenze della cultura, al fine di riservarle una ragionevole quota di risorse finanziarie e umane ed un’attenzione costante.

iiiii.. Per contribuire alla realizzazione degli obiettivi previsti dal presente articolo:

  • Il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria e previa consultazione del Comitato delle Regioni, adottano azioni di incentivazione, ad esclusione di qualsiasi armonizzazione delle disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri;
  • Il Consiglio, su proposta della Commissione,adotta raccomandazioni.
  • Lo strumentario legislativo ed istituzionale messo a disposizione dei buoni propositi di cui ai paragrafi precedenti dello stesso articolo è alquanto debole e deludente, e fin troppo prudente.Ma esso può essere sufficiente, se le azioni di incentivazione sono costanti e motivate e pongono chiaramente in evidenza la necessità, non meramente idealistica ma concreta e attuale, di dare il giusto spazio alla cultura, e se le Istituzioni europee, in particolare il Parlamento, siano disposte a riconoscere alle azioni stesse quei caratteri di necessità e di improcrastinabilità, che si è cercato di mettere qui in evidenza.E’ ovvio che a tanto si potrà pervenire solo se sarà colmata la distanza attuale tra le Istituzioni europee, ivi compreso il Parlamento, e il popolo sovrano dell’Europa. A qust’ultimo, infatti, non bastano più le pur commendevoli iniziative del passato, alcune delle quali come quella delle “Capitali europee della cultura” lanciata oltre trent’anni fa, conservano, comunque, la loro validità.Occorre ben altro, ma per comprenderlo e ottenerlo ci vuole un’impostazione più democratica dei rapporti tra i cittadini europei e le Istituzioni dell’Unione.

 

4. Queste, appunto, possono essere le conclusioni cui pervenire al tirar delle somme, e qualche segnale in tal senso già v’è stato di recente, soprattutto nei riguardi dei giovani.

Merita, ad esempio, grande apprezzamento il rilancio del Programma “Europa Creativa”, inteso a promuovere idee, iniziative e sinergie tra i giovani, al fine di pervenire a risultati innovativi anche nel settore dell’occupazione, nel quadro della strategia di Europa 2020, mirata alla crescita intelligente, inclusiva e sostenibile, da porre a base delle politiche dell’Unione.

Buona parte del merito di tale iniziativa va all’on. Silvia Costa, europarlamentare e relatrice del nuovo Programma, che è stato approvato dal Parlamento Europeo il 19 novembre 2013  con un congruo finanziamento e la Commissione ha già iniziato a darvi attuazione.    

Nello stesso spirito merita risalto l’iniziativa “Liceo classico europeo”, giunta quest’anno al XV° appuntamento, e di cui ben volentieri si pubblica, a corollario di quanto sin qui detto e a testimonianza delle potenzialità della cultura europea soprattutto tra i giovani, il discorso inaugurale tenuto dal Prof. Paolo M. Reale, Rettore del Convitto Nazionale “Vittorio Emanuele II” di Roma, che ha ospitato il Convegno.